“Al Giardino ancora non l’ho detto” di Pia Pera (Ponte alle Grazie)

Al giardino ancora non l'ho detto (AL)

Dal sito dell’editore:

Per molti versi, avrei preferito non dover pubblicare questo libro, che non esisterebbe se una delle mie scrittrici preferite – non posso nemmeno incominciare a spiegare l’importanza che ha avuto nella mia vita, professionale ma soprattutto personale, il suo Orto di un perdigiorno – non si trovasse in condizioni di salute che non lasciano campo alla speranza. Eppure L’orto di un perdigiorno si chiudeva con una frase che mi è sempre sembrata un modello di vita, un obiettivo da raggiungere: «Ho la dispensa piena». Oggi questa dispensa, forse proprio grazie alla sua malattia, Pia ha trovato modo di aprircela, anzi di spalancarcela. E la scopriamo davvero piena di bellezza, di serenità, di quelle che James Herriot ha chiamato cose sagge e meravigliose, di un’altra speranza. È davvero un dono meraviglioso quello che in primo luogo Pia Pera ha fatto a se stessa e che poi, per nostra fortuna, dopo lunga riflessione ha deciso di condividere con i suoi lettori. Non posso aggiungere molto, se non raccomandare con tutto il mio cuore la lettura di un libro che, come pochi altri, ci aiuta a comprendere la straordinaria avventura di stare al mondo.

Luigi Spagnol

 

Recensione

Mi sono avvicinata a quest’ultimo romanzo di Pia Pera incuriosita dalla tematica. Prima di tutto intimorita dalla vicenda personale (perché leggere un libro postumo dà sempre quell’impressione di violare un’intimità – ne avrò il permesso? mi chiedevo) e, ancora, mi domandavo come fosse possibile raccontare di un giardino e soprattutto una vita ad esso legata in maniera indissolubile. A chi come me non ha il pollice verde, poi. La narrazione procede calma, ogni pagina è un respiro che va via e l’amore per le piante, per il suo giardino, si materializza e diventa presenza grande e penetrante. Sembra impossibile immaginare l’autrice in un luogo altro da quel giardino, perché la loro linfa è la sua stessa forza, diviene la nostra d’un tratto e non ci abbandona più. L’ho letto qualche mese addietro, non sapevo se scriverne e invece mi sembra doveroso. È un libro intimo e vero, da leggere nella solitudine di una candela che trema, parla di un’anima fragile all’apparenza, che ricorre a ogni sua forza e non si arrende anche quando sembra farlo. Le terapie dolorosissime, di quel dolore che non si può immaginare, la voglia di abbandonarsi e la gioia di uno sguardo che si posa su un fiore e riconduce alle viscere della madre, della terra che ci culla e accoglie.

“Un giorno di giugno di qualche anno fa un uomo che diceva di amarmi, osservò con tono di rimprovero, che zoppicavo”.

Forte e delicato già dal titolo, che riprende un verso di una poesia di Emily Dickinson e trasmette la necessità di abbandonarsi alla vita (alla morte anche come conseguenza) e alla natura per comprenderla appieno. Questo libro non è un testamento, è un dono immenso per chi sa mettersi in ascolto.

Il giardino, d’altra parte, non è lo sfondo, è il centro. Ci sono tanti personaggi (medici, amici, giardinieri) che gravitano attorno all’autrice. Il cane, le medicine, le visite mediche, i dottori o sedicenti tali. Ma la vera panacea è sempre il giardino. Trovarsi fra le sue piante, respirarle, abbandonarsi.

“Vangare, zappare, tagliare l’erba proprio non se ne parlava più. Anche raccogliere era diventato complicato: mi mancava l’equilibrio, prima di staccare frutti e ortaggi dovevo poggiare il mio instabile corpo a un qualche sostegno”.

Il giardino offre quello spazio che, scoperta la malattia, diventa necessario. Una solitudine ricercata, per leggere in pace, per meditare, per riflettere. CI sono moltissime riflessioni sulla malattia, sulla condizione del malato, su cosa significhi lasciare il mondo. Ma non c’è rimpianto che non sfoci in sollievo, rassegnazione che non si faccia liberazione nelle parole di Pia Pera per restituirci la misura della nostra vita rispetto al grande disegno di una natura di cui, volenti o no, facciamo parte e a cui tutti, prima o poi, torneremo. Felici.

“Un giardino da curare, amare, contemplare. Un luogo in cui vivere, separati dal mondo, ma al contempo il luogo migliore per viverlo, quello stesso mondo, dall’interno di ogni sua fibra. Poi, all’improvviso, una stonatura, una lieve zoppia, rompe l’equilibrio. Sono i primi segni di una malattia che lenta e inesorabile succhia l’energia vitale dell’autrice/protagonista di questo diario, sconvolgendo tutto: il rapporto con il giardino, il senso delle cose e del tempo, la vita stessa. Soprattutto, la vita, ora che la morte non è più un inevitabile accidente, ma una compagna tanto costante quanto ingombrante.”

 

Anita

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