Alfio l’americano – di Salvatore Spoto

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Alfio l’americano

di Salvatore Spoto

edizioni David and Matthaus

Dal sito dell’editore

Un viaggio tra fascismo, aristocrazia e popolo, nella Sicilia bruciata dal sole, profumata di gelsomini ma afflitta dal male della mafia con le collusioni tra questa e i poteri forti dell’economia e della politica che ha come protagonista Alfio, un ragazzo di paese con tanta voglia di farsi strada, sempre più deciso a coronare il sogno di raggiungere l’America, agognata meta di ricchezza e potere.
Salvatore Spoto, nota firma del giornalismo con una lunga carriera in importanti quotidiani nazionali e scrittore autore di libri di successo, ne fa il protagonista dell’evoluzione della mafia che, scoprendo nuovi lucrosi affari, lascia le campagne per dedicarsi al contrabbando di sigarette e lo spaccio della droga. L’Autore, con penna ora dolce ora aspra, ne racconta la crescita, tra passioni amorose, delitti e intrighi politici, incubati in eleganti e riservati salotti, tra Italia e Stati Uniti, con il fine di ottenere l’indipendenza della Sicilia, decisiva per fare di quest’isola un presidio contro l’avanzata del comunismo sovietico e il caposaldo per la distribuzione non solo di sigarette di contrabbando ma soprattutto della droga, nuovo oro capace di assicurare ricchezza, controllo dei mercati e potenza politica. La penna di Salvatore Spoto racconta pagine di cronaca, spesso inedite tra Sicilia e Stati uniti, tra colpi di scena, delitti premeditati e deliri amorosi.  Due terre, lontane ma unite dall’invisibile, inconsueto, solido intreccio di nobiltà d’animo, vizi, antiche tradizioni e ignobili complotti.

Recensione

Il libro inizia con Alfio che torna al suo paese, dopo aver trascorso una vita negli Stati Uniti. Le prime pagine lasciano affiorare ricordi, il lettore ha la sensazione di una vita vissuta, di una vita piena: di amore, di famiglia e, ovvvamente, di mafia. Alfio ormai è vecchio e ricorda. Di quando era piccolo, del suo primo ingresso nella famiglia, ai tempi del fascismo, prima della Guerra.

“Abbiamo creato uno Stato che punta alla giustizia, ristabilendo il principio storico che è il più forte che deve governare.”

“Non solo, ma c’è l’ordine di mettere il telefono in tutte le caserme di polizia e carabinieri”. Gli altri, in silenzio, si guardarono in faccia. Intuirono che l’apparato organizzativo della mafia agraria, non avrebbe retto alla potenza tecnologica messa in campo da Roma.

Orfano di padre, ucciso a tradimento, apparentemente senza motivo, deve appoggiarsi a uno zio e poi alla benevolenza del boss del paese. Alfio cresce come persona e come mafioso. A fatica conquista indipendenza e rispetto. Scoprirà presto le contraddizioni e l’ipocrisia del mondo mafioso, dove l’onore e il rispetto sono al primo posto, ma possono essere fraintesi facilmente se fa comodo, ignorati o interpretati a proprio piacimento. La mafia nuova è sempre pronta a soppiantare quella vecchia, che a suo tempo è stata nuova e mal vista dai vecchi, in un ciclo continuo, come per tutte le cose umane.

Alfio cresce e scopre la vita, al di fuori del suo paese, a Brucculin (Brooklyn). Diventa assassino, senza porsi domande e senza pentimenti, scopre la realtà sul padre e impara a guardarsi sempre alla spalle, adesso che è diventato qualcuno di cui avere paura. Assiste a doppi giochi, alla polizia che cerca di mettere le mani sul mercato nero, e ai mafiosi che si tradiscono per l’egemonia. Contribuisce all’importazione del tabacco e della droga in Sicilia.

Devo ammettere che all’inizio ho letto il libro senza appassionarmi. Capita. Nonostante sia ben scritto, all’inizio sentivo la storia lontana. Poi però, siccome, come dicevo, è ben scritto e la lettura proseguiva liscia,  piacevole, scivolando con naturalezza mi sono ritrovata a girare le pagine con avidità. E Alfio è diventato un conoscente che mi raccontava l’evoluzione della mafia dal fascismo agli anni Ottanta. Mi raccontava dei cambiamenti nella sua terra e di come anche le regole più rigide, quelle mafiose, hanno dovuto modificarsi per adeguarsi ai tempi.

E non posso che trovarmi d’accordo con l’altro Spoto, Gian Stefano, che ha curato la prefazione, quando scrive:

“Salvatore Spoto è un delizioso truffatore, che vende un prezioso compendio di storia pataccandolo per un romanzo che va giù come un bicchiere del buon vino di Sicilia.”

Mi trovo d’accordo sia sul contenuto di questa frase, sia sulla scelta del termine prezioso. Questo è stato per me. Ed è stato viaggio che non avrei affrontato di mia volontà, come quando da piccoli magari ci caricavano in macchina a forza, ma poi non si riusciva a staccare mani, faccia, bocca e occhi dal finestrino, cercando di assaporare il panorama, scattando fotografie mentali nella speranza di ricordarle. Le mie fotografie di questo libro sono terre polverose, una lealtà e un onore che non condivido e che non comprendo, la speranza di una vita migliore e poi alcuni aspetti sociali e considerazioni politiche.

La donna, per esempio, meglio che non vada a scuola:

“Quale scuola è migliore di quella della casa?”

“Vero!” aggiunse la madre della ragazza. “La scuola serve solo a mettere male idee nel cervello. E poi, possono incontrare masculi, bedda Mattri che pericolo! Meglio stare in casa, a lavorare”.

O ancora quando si profila la possibilità dell’avvento del Comunismo in Italia, che bisogna impedire votando DC:

“Se dovessero arrivare i comunisti, le chiese sarebbero chiuse, l’acqua benedetta verrebbe versata nelle fognature. I matrimoni? Vietati, solo convivenze. Tutti dovranno votare la croce, simbolo di giustizia e pace.”

Questo romanzo è un affresco dell’evoluzione della mafia, non mostra la sua crudeltà, che si intuisce senza che venga descritta. Parla di persone e di legami e della necessità per loro, come per chiunque altro, di guardare oltre ed evolversi per sopravvivere.

Daniela

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