Il Bambino del Treno, di Paolo Casadio (Piemme)

Il Bambino del Treno, di Paolo Casadio (Piemme)
Il Bambino del Treno, di Paolo Casadio (Piemme)

Il Bambino del Treno

Questo romanzo racconta la storia di una famiglia come tante nell’Italia del 1935. Marito e moglie si trasferiscono a Fornello, lui capostazione e lei insegnante, perché sperano in un futuro migliore per i propri figli. Quando nasce Romeo l’idillio sembra compiuto. Lucia, la madre, carattere forte da cittadina, incoraggia il marito Giovannino a prendere la tessera del PNF perché lo aiuterà a vincere il concorso. Da subito appare chiaro che a portare i pantaloni in casa è lei.

“Così l’adesione venne. Un’adesione, però, non pienamente convinta, provenendo Giovannino Tini da una famiglia di socialisti che socialisti restavano: nessuno di loro a sognarsi di voltar gabbana a imitazione dell’invitto capo. Così la promozione, a sua volta, venne. Una promozione anch’essa non pienamente convinta, data la tardività dell’adesione, e che aveva il sapore della beffa. Fornello. Linea faentina, ovvero tratta Faenza-Firenze. Una tratta lunga centouno chilometri di viadotti e gallerie elicoidali, curve e controcurve, una tratta di convogli merci con stazioni disperse negli anfratti e nelle pieghe di quel pettine d’arenaria marina che è l’Appennino tosco-romagnolo. Fornello”

La vita prosegue serena, ma la storia di questa piccola famiglia si incrocia con gli eventi della grande Storia, sfiorandoli quanto basta perché ne siano tutti coinvolti. Emergono il carattere vile di Giovanni che si lascia trascinare dalla vita, la testardaggine di Lucia che non si arrende davanti agli ostacoli della vita contadina:

“Se per le vacche la bicicletta rappresentava una novità, non lo diedero a vedere. È difficile stupire una vacca, animale di solida filosofia, e continuarono impassibili a brucare erba e scacciare grappoli di mosche con colpi di coda e fremiti d’orecchie, e le due fi gure, il cane e la bicicletta, furono ignorate con condiscendente tranquillità. Pipito, che non aveva mai visto una vacca, all’istinto di avvicinarle antepose un avveduto ragionamento sulla loro mole e si decise a un silenzio prudente e ben vicino alla padrona.”

Ma la serenità del capostazione e di tutta la sua famiglia non può durare in una nazione scossa dai mutamenti storici. Echi di leggi razziali, la deportazione, finché a causa di un evento fortuito, un binario saltato, un treno si ferma proprio alla stazione di Fornello. Non è un treno qualunque, di quelli che passano di solito da lì, dove non sale e non scende nessuno. Il treno trasporta una cinquantina di persone, uomini e donne, vecchi e bambini e per una notte le loro esistenze si intrecceranno con quelle della famiglia Tini. Romeo conosce Flavia:

Sfuggiti per miracolo alla razzia del sedici ottobre, i Sermoneta s’erano nascosti dai parenti della loro ex domestica a Trevignano Romano. Pensavano d’essere al sicuro e così non era. Incappati in un posto di blocco della guardia repubblicana e identificati, David e Flavia erano stati riportati a Roma e associati a quel convoglio, dove avevano ritrovato altri ebrei del ghetto. Per puro caso sua moglie Sonia e Simona, l’altra fi glia, si erano trattenute in paese, sfuggendo all’arresto. La saletta è un bivacco di “effetti letterecci” su cui siedono o si sono stese più persone per materasso. Paiono conoscersi tutte, comunicano tra loro più a sguardi che con la voce, e nell’aria c’è una sensazione appiccicosa di polvere e vergogna. I bambini si sono raggruppati attorno alla stufa, quasi volessero incamerare quel calore per il domani. «Non si può uscire dalla stazione.»

Due bambini non possono comprendere l’atroce destinazione di quel viaggio e si raccontano con semplicità, parlano delle loro vite, vanno a vedere i conigli. Ma il treno deve ripartire, il binario è stato aggiustato e il tempo riprende a scorrere. Nemmeno un ultimo tentativo disperato può mutare il corso della Storia.

È già vestito nella sua uniforme di capostazione. Ha persino il berretto a tuba. Scende i gradini con voluta lentezza, quasi a sottolineare il suo ruolo di padrone. I padroni non corrono: ordinano di correre. Nel suo ufficio ristagnano umori notturni ed estranei che ignora. Scansa le guardie assonnate, abbassa una leva e tacita il ronzio, evitando di guardare il tenente perché sa bene il significato delle sue parole e si sente un vigliacco. Esita, scandisce. «La linea è ripristinata. Potete ripartire.» È come dare corrente a un motore. Farolfi ritorna la macchina da comando che è. Dispone, incalza. Dice l’essenziale e si capisce che così dev’essere. Ha ricevuto disposizioni e le esegue.

 

L’idea del romanzo, le tre umili esistenze che incrociano il grande destino dell’umanità, mi ha catturata da subito. Lo stile dell’autore poi, sin dalle prime pagine, mi ha convinto appieno. Una scrittura ricercata e mai banale racconta con ironia sottile un dramma che sta per compiersi. Molto piacevole la descrizione dei dettagli dell’epoca, che rimanda a una vita bucolica che ha cercato di resistere al cambiamento .

Venne abolito il lei per usare il voi. Nella valle, per antica usanza e rispetto, s’era sempre usato il voi e nulla di conseguenza cambiò. S’abolì pure la stretta di mano, portatrice di germi e malattie. Al Muccione i patti e gli accordi si suggellavano con una stretta di mano dai tempi di Abacucco e nessuno si sognò di interrompere la tradizione per motivi igienici. Perché le tradizioni reggono il futuro.

Una storia che obbliga alla riflessione,

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