I favolosi anni ’85 – di Simona Costa

I favolosi anni ’85

di Simone Costa

Edizioni Spartaco

Dal sito dell’editore

RADIO FELICITÀ: un nome, una promessa. Qui approda Marco Cocco, auto- re deluso, ex alcolista che, dopo anni di rifiuti, riesce finalmente a piazzare la trasmissione vincente: I favolosi anni ’85. La nostalgia è la chiave del programma, che ha subito un gran successo. L’idea semplice e per questo geniale sta nella costruzione di ricordi positivi in cui tutti possano riconoscersi: il profumo del piatto preferito da bambini, l’amore sbocciato da adolescenti su una spiaggia, la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio. A dare voce alle storie è lo speaker arrivista, calcolatore ma bravissimo, Charlie Poccia. Sulle sue tracce cerca di mettersi Irene Castello. Lei è una manager in carriera che, al culmine del- l’affermazione professionale, si ammala di una sindrome unica: non riesce più a decifrare le parole della gente, che per lei suonano ormai come bisbiglii incomprensibili. Chissà se la dolcezza amara delle frasi ascoltate alla radio riuscirà a riportarla alla normalità.

I favolosi anni ’85 è un romanzo ironico, popolato da personaggi divertenti, al limite del grottesco, per- vaso dalla malinconia legata alla memoria nostalgica di un passato che diventa mitico anche se pros- simo. Efficace la critica alle dinamiche dello showbiz e del mondo del lavoro in generale, caratterizzato da clientele e individualismi laddove domina l’incomunicabilità nelle relazioni. L’unico imperativo possibile è che tutto vada «liscio», mantra e stile di vita per l’eccentrico, svampito, tirannico direttore di Radio Felicità.

Recensione

Marco Cocco non ama le raccomandazioni, ma alla fine ha dovuto cedere, anche perché il programma che ha in mente, gli piace veramente. E da subito si ritrova in una sorta di commedia dell’assurdo:

«Mi sembrava una buona idea per festeggiare» si giustificò il direttore visibilmente dispiaciuto. «Non fa niente. No, no, davvero, non è importante, giovanotto. Senta però, prima di andare, mi dica una cosa».

«Certo».
«Con precisione, chi è che la raccomanda?».

Si ritrova così a Radio Felicità, un nome semplice quanto impegnativo.

Vorrebbe condurlo lui il programma, che invece viene affidato al più conosciuto e bravo Charlie Poccia, che senza fatica né preparazione, fa proprie le parole di Marco. Con Charlie sembra sempre filare tutto “liscio”. Nel frattempo, da un’altra parte della città, Irene sta scalando il successo, calpestando chiunque pur di giungere al vertice.

Mentre superava le gerarchie e scavalcava in fretta colleghe meno agguerrite, non rispondeva che a una e a una sola domanda: se sono brava a fare qualcosa, qualsiasi cosa, perché non dovrebbe anche piacermi?

Ha realizzato le sue ambizioni, quando all’improvviso smette di capire le parole. Le sente, ma non riesce a dar loro un senso. Inizia così un calvario, la ricerca delle cause, il tentativo di non impazzire perché quell’insalata di suoni la infastidisce. Si chiude in casa, legge e cerca di evitare qualsiasi tipo di interazione.

Finché non ascolta il programma di Marco.

In qualche modo le parole di lui hanno senso, sono comprensibili. Sono le uniche ad oltrepassare la barriera dell’insensatezza.

Simone Costa ci racconta con ironia la nostalgia, la difficoltà di adattarsi e stare in ambienti che non ci appartengono. Cita anche Nick Donati, protagonista di un altro suo libro (qui la nostra recensione) e come Nick, anche Marco è autodistruttivo e il lettore segue le sue gesta sperando che cambi rotta, che non vada a finire dritto verso l’annullamento di se stesso e di tutto ciò che, faticosamente, ha costruito.

Sorte simile quella di Irene, la quale non è mai riuscita a interagire veramente con gli altri, cercando piuttosto di plasmarmi e adattarli alle sue esigenze. Non ha mai voluto vedere veramente quello che la circondava, e ora che non riesce nemmeno più a utilizzare le parole, ecco che le cose si mostrano per quello che sono, nella loro crudezza.

Simone Costa ha uno stile fluido (l’ho già detto l’altra volta, lo so, ma è così) e riesce a strappare un sorriso anche quando racconta la difficoltà del vivere e certe situazioni angoscianti che capitano ai protagonisti. Alla fine, a volte, basterebbe tendere la mano per trovarsi e sostenersi.

Daniela

Precedente Buio a Grinville - di Sergio Pavoloni Successivo L'amore, quando muore - di Nadia Levato