“Di Ferro e D’Acciaio” di Laura Pariani (NN Editore)

le masse sono condizionate, la pancia piena è quel che conta, i valori non esistono più, l’unico gesto rivoluzionario è quello che proclama:
“Distruggo dunque sono”».
«Dobbiamo creare, non distruggere» replicava Jesus.
E Karina a ribattere: «Anche distruggere è creare».

Un romanzo originale che tratta di amore, morte, maternità. Di ricerca, solitudine e profezie che si avverano, domani come duemila anni fa.

La storia raccontata da Laura Pariani rimescola lo stereotipo della madre e lo rivisita in chiave distopica ma il romanzo è molto di più: ci mette di fronte ai pericoli del nostro tempo e alle nostre paure come il videocontrollo, l’impossibilità dell’oblio. Ne emergono dettagli originali che, a ben guardare, danno la misura della nostra realtà. Ci troviamo in uno scenario sabbioso, arido, secco, fatto di colline e di discariche sorvolate da droni che tengono sotto scacco l’umanità.

L’uomo non è libero di esprimersi, muoversi, decidere, c’è chi lo fa per lui e chi contravviene alle regole è punito. La Passione di Cristo, così, non è liberazione ma involuzione.

Sconosciuti sono, dunque, l’amore materno e incomprensibile è che una madre non si rassegni alla perdita del figlio. Non avremmo bisogno di conoscere altri dettagli dopo aver saputo che il figlio si chiama Jesus e la madre Maria. Ma la scrittura di Laura Pariani è così originale, usa termini nuovi e descrive la realtà del futuro con tale maestria che per il lettore diventa imperativo divorare le pagine.  I ricordi di Maria, la sua ricerca spasmodica del figlio che le è stato tolto, l’insistenza e la sua forza incrollabile aprono uno spiraglio in Lusine, l’operatrice deputata al suo controllo. Perché il dolore, ancor più che la gioia, è universale.

Fra macerie di desolazione e disumanizzazione, dove la comprensione e l’empatia non sono previste, Maria e Lusine sono in connessione. Attraverso il drone e anche qualcos’altro, l’anima?

Il mondo nuovo, sorto su ciò che rimane dell’antica città, sovverte le coordinate: c’è un tempo previsto per ogni cosa e gli ingegneri sociali decidono persino quando è giunto il momento di morire.

La grande abilità di Laura Pariani è quella di creare un intero mondo che appare distante dalla realtà di oggi ma, purtroppo, assai probabile.

 

Estratto:

Il silenzio ha il colore grigio della cenere mista a sabbia che il vento trascina in mulinelli. Da un’altezza di cinquanta metri il nano-drone di sorveglianza inquadra una donna vestita interamente di nero. Per il linguaggio che usano gli addetti ai rilevamenti, si tratta del soggetto-23.017. La si vede intenta a traversare l’incolto cautamente, come sui carboni ardenti. Nei dintorni nessun altro essere vivente, neppure uno di quei cagnacci randagi che sono soliti scorrazzare dove imputridiscono i rifiuti.
Abbassandosi ancora di più, il nano-drone riesce a rilevare il gesto stanco con cui la donna in nero tira su la mascherina igienica per ripararsi il viso dalle raffiche di polvere. Ancora la Montagnetta!? È la terza volta nel giro dell’ultima settimana. Con uno sfrizzo di esasperazione l’operatrice h478 alza gli occhi al soffitto. Sbuffa mentre torna a guardare il monitor su cui l’incolto denominato “pratone” – sterpaglie, cumuli di lattine vuote, brandelli di sacchetti di plastica, detriti dell’edilizia – appare come un quadro astratto. Uguale a tanti altri posti di confine tra l’Interzona e la Città. Né più miserabile né più fantasmale.

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