Hunger Games – Il canto della rivolta, di Suzanne Collins

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Il canto della rivolta

Hunger Games – Il canto della rivolta

di Suzanne Collins

Trama

Contro ogni previsione, Katniss Everdeen è sopravvissuta all’Arena degli Hunger Games. Due volte. Ora vive in una bella casa, nel Distretto 12, con sua madre e la sorella Prim. E sta per sposarsi. Sarà una cerimonia bellissima, e Katniss indosserà un abito meraviglioso. Sembra un sogno… Invece è un incubo. Katniss è in pericolo. E con lei tutti coloro a cui vuole bene. Tutti coloro che le sono vicini. Tutti gli abitanti del Distretto. Perché la sua ultima vittoria ha offeso le alte sfere, a Capitol City. E il presidente Snow ha giurato vendetta. Comincia la guerra. Quella vera. Al cui confronto l’Arena sembrerà una passeggiata.

Recensione

Lo dico subito: questo terzo capitolo non ha niente a che fare con i primi due.

Mentre quelli erano vivaci, tenevano il lettore inchiodato al libro, questo si trascina, è noioso, niente di nuovo.

Katniss ha le sue solite paturnie, non capisce niente degli altri, esiste solo lei al mondo e due edizioni di Hunger Games non le hanno insegnato nulla sulle relazioni umane.

Peeta è il mio preferito, anche se, povero, in questo capitolo non se la passa molto bene.

Gale… quello che sarebbe potuto diventare, ma non fu mai. L’impressione è che la Collins lo tenga lì perché lo aveva già inserito, ma che non veda l’ora di trovare un modo per farlo fuori.

Leggerlo ha richiesto un certo sforzo da parte mia, e se fosse stato il primo libro, lo avrei piantato lì, accontentandomi del film. Ma era il terzo, e avevo l’impegno con me stessa di leggere la trilogia tutta. Avete presente Matrix? Quanto era bello, nuovo e inaspettato il primo? E quanto era noioso, buio, ripetitivo il secondo? Come se raccontasse un’altra storia? Ecco: il terzo di Hunger Games è come Matrix 2, anche gli ambienti descritti lo rievocano. Invece di Morpheus la Coin.

Nei primi due, in particolare nel primo, l’aspetto introspettivo era la parte che mi era piaciuta di più, l’indecisione della protagonista, la sua difficoltà a comprendere l’altro. Ma era il primo, lei aveva 16 anni e non aveva ancora esperienza dell’arena. Già nel secondo sembra assurdo che non si fidi di Peeta, dopo tutte le prove che lui le ha dato. Ma qui si rasenta il ridicolo, a mio modestissimo parere. Come fai a prendertela con un poveretto che è stato torturato? E per colpa tua, per di più! E come fai a travisare sempre tutto quello che dicono? Nemmeno Harry Potter con Severus Snape, che poi comunque, almeno lui, aveva un comportamento ambiguo. Qui no: tutti si comportano come da copione, ma lei capisce Roma per Toma.

Last but not least, il passaggio dal secondo al terzo libro è un po’ confuso. Le indicazioni e i personaggi vengono introdotti come se il lettore li dovesse già conoscere, e devono passare un po’ di pagine per mettere insieme i pezzi.

Ci sono anche bei passaggi, ma è un brodo un po’ allungato. Mi aspettavo molto meglio.

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