La Bicicletta di Rasputin di Mauro Cotone (Ferrari Editore)

La bicicletta di Rasputin

La bicicletta di Rasputin

Dal sito dell’editore:

Le storie di tre personaggi alla continua ricerca di sé si intrecciano in un (meta) testo dall’ironia beckettiana. “La bicicletta di Rasputin” è un romanzo intelligente e surreale, denso di affilate trame e sotto-trame che trascinano il lettore in un immaginario viaggio verticale, lungo sentieri letterari sgombri di punti di riferimento, per renderlo testimone di un invisibile e spiazzante gioco. Inghiottiti dentro una spirale di eventi, i protagonisti si rincorrono e si alternano in un’atmosfera che è simile a un vuoto di senso, fino ad arrivare a un finale decisamente inaspettato che si rivela in tutto il suo splendente sarcasmo come una parodia della banalità e dell’insensatezza. Un romanzo che non offre, quindi, mai risposte definitive, ma, con tagliente leggerezza, spinge a farsi domande. Una sorta di inno al caos universale che scioglie le geometrie della ragione.

 

Recensione.

La prima volta che sfoglio un romanzo, mi piace, prima ancora di aver letto di cosa parla, lasciare che il titolo mi trasporti in atmosfere immaginifiche. Qui non riuscivo a decidermi: troppi scenari si aprivano alla mente, eppure la realtà è riuscita a superare la fantasia. Perché “La bicicletta di Rasputin”, che è un romanzo nel romanzo, mi ha catturata subito.

 

Il primo personaggio fa un lavoro atipico e inquietante: legge libri alla gente in fin di vita. Il fine è lodevole, l’impegno tuttavia piacevole, eppure man mano che le pagine scorrono (facili perché la prosa è molto buona) sembra di intravedere un’intenzione più alta della mera lettura di capitoli ad alta voce. A ognuno dei morenti, il personaggio si rivolge con un’attenzione tutta speciale e altrettanta cura la pone nel rivolgersi a chi assiste il paziente, che sia parente, domestica o conoscente. Come in un disegno che di volta in volta si arricchisce di sfumature, ci addentriamo nella sua vita e in quelli dei degenti cui porta sollievo.

È così dunque che mi guadagno da vivere. Leggo opere di letteratura
a pazienti, spesso in fase terminale, spesso imprigionati in
un corpo a sua volta imprigionato in un letto, quasi tutti con la
consapevolezza – se potessero provarla – che quella supina sarà
l’ultima posizione che assumeranno in vita.
Ha poi un hobby particolare: impaglia gatti e li tiene in ordine alfabetico di colore…
A casa, infatti, tengo una decina di gatti impagliati, allineati su
un mobile: stanno lì in ordine alfabetico di colore: bianco, blu,
giallo, nero, e così via; per quelli pezzati ho qualche dubbio, a
volte mi dico che dovrei ordinarli secondo il colore prevalente
(ad esempio, bianco sul nero o nero sul bianco…), a volte pen-
so invece che sarebbe più corretto seguire anche in questo caso
l’ordine alfabetico dei vari colori che compongono la pelliccia.
Sono stato io a impagliarli: ho appreso la tecnica da un tas-
sidermista, che mi ha insegnato tutto in cambio della promessa
che, se un giorno si fosse trovato immobilizzato a letto, gli avrei
letto i suoi libri preferiti.

Il portiere Giacomo è il secondo personaggio. Sempre in cerca di un contatto, di uno “scambio” con gli inquilini del palazzo, che gli trasmetta emozione, si racconta nella sua solitudine e sembra volerla donare a chi lo meriti. Gli piace immaginare le vite dei passanti, dei condomini, le storie che li legano ad altri e i segreti che possono nascondere, come Saverio Antuori, ad esempio…

Ecco il mestiere più bello del mondo – pensava Giacomo, osser-
vando la gente passare attraverso il vetro – certo non lo cambierei
con nessun altro.
Le sue giornate passavano così, incombenze ne aveva poche,
solo la pulizia delle scale al mattino, l’eccitante distribuzione del-
la posta, qualche lavoretto di manutenzione… ma soprattutto lo
pagavano per osservare. Seduto dietro il vetro, per la maggior par-
te del tempo lasciava andare lo sguardo sulle persone che gli pas-
savano davanti, qualcuno salutandolo, qualcuno di fretta, altri con
fin troppa calma, in piedi per interi minuti davanti al vetro, con
discorsi insulsi che gli impedivano di guardare i corpi muoversi.

Poi c’è un terzo, fondamentale personaggio. Il metaromanzo. Che dà il titolo e che è il libro letto a tutte le anime in fase di transizione da questo mondo all’altro: La bicicletta di Rasputin con, al suo interno, racconti dentro racconti.

E’ un’opera del 1931 di un autore mitteleuropeo
poco conosciuto.
 E infine, l’ispettore Leandro Cavagna, la cui vita va tutta a rovescio: gli hanno tolto un caso, la sua donna ora è di un altro e lui cerca conforto in una goccia di pioggia:
Leandro Cavagna guardava fuori della finestra, i gomiti appog-
giati sulla scrivania. La pioggia rigava il vetro, creando disegni
che da circa un’ora stava cercando di interpretare.
Le narrazioni si intrecciano e alternano in un sistema ingegnoso di scatole cinesi fra indagini e racconti surreali che l’autore scoperchia e richiude giocando con le trame ma non è complicato seguirle perché tutti i personaggi sono ben caratterizzati e le pagine scorrono piacevoli. Molti i colpi di scena, i personaggi (reali o immaginari, non sempre è facile comprenderlo) come le macchinazioni della mente che tendono a destabilizzare il lettore e incuriosirlo. In definitiva, ho divorato in pochi giorni questo romanzo perché a ogni pagina non potevo fare a meno di chiedermi come sarebbe andata a finire!
Anita.

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