La Galassia dei Dementi di Ermanno Cavazzoni (La Nave di Teseo)

In questo corposo romanzo fantascientifico, finalista al premio Campiello 2018, c’è davvero una galassia tutta intera. Lungo 660 pagine che non sono troppe, anzi, è ambientato in Italia circa un secolo dopo l’arrivo degli alieni.

Ci troviamo nel Seimila dopo l’invenzione della ruota e Cavazzoni ricostruisce una realtà post apocalittica in cui la tecnologia ha preso più che il sopravvento, ha riempito i vuoti che l’uomo non è più in grado di colmare. Molti e voluti gli stereotipi dei romanzi di fantascienza: ci sono gli androidi, macchine dalla esteriorità umana, ci sono le ossessioni e gli straniamenti dei personaggi che compiono azioni ripetitive, maniacali, come le macchine cui si rapportano.

Il mondo così come lo conosciamo è stato devastato, colonizzato e poi distrutto, i robot sono entità parallele che collaborano e sostituiscono gli umani nelle funzioni che nessuno vuole più compiere. Una robot domestico per la moglie del protagonista, una robottina come geisha per il marito.

Alla freddezza delle macchine tecnologiche si contrappone la relazione con gli uomini. Ognuno dei protagonisti si rapporta con le macchine come se fossero umane anch’esse, sentimentali perfino, talvolta gelose. Ricorda Dick, ricorda Asimov, mi è molto piaciuto anche se non amo particolarmente il genere.

Gli oggetti sono importanti. Tanti tanti oggetti per questi protagonisti accumulatori compulsivi di grucce per abiti e altre futilità. Accumulano cose, accumulano anche grasso, sono apatici e accidiosi e lo sguardo disincantato dell’autore ci ripropone un ironico spaghetti western, un far west distopico e straniante in cui possiamo specchiarci e riconoscerci e spaventarci di ciò che siamo o che possiamo diventare.

In questa realtà privata dell’umanità spiccano le città femminili. Società composte da sole donne che ogni tre anni accolgono un uomo per riprodursi, ma non solo. Desiderano anche coccole, padri, mariti, non soltanto macchine programmate per figliare.

Il linguaggio esperienziale rigenera e affranca nella lettura, l’ironia sottile emerge potente nella visione ampia e distopica di Cavazzoni.

Estratto:

Hanz Vitosi, come tutti, era collezionista; era la sua attività principale, l’altra era il piacere che gli dava la Dafne, la femmina artificiale che possedeva. Sua moglie pure lei era collezionista. Il limite della loro attività era il peso; come tutti gli umani delle città erano grassi e si muovevano a fatica, aiutati in questo dai droidi al loro servizio. Hanz aveva tre collezioni. Una, la principale, era di grucce per abiti, perché per secoli gli abiti venivano d’abitudine appesi alle grucce, e dalle grucce – diceva lui – si poteva seguire l’evoluzione dell’umanità, della mentalità, della tecnica, e poi c’erano lacune, epoche che non avevano lasciato grucce, cosa significava? per lui significava che trovarne una di quell’epoca vuota era un successo, la metteva in primo piano nella collezione, come elemento di transizione, che a ben studiarlo, nel suo profilo drammatico, rivelava una frattura di civiltà: torbidi, guerre, pestilenze, radiazioni dal cosmo; la gruccia è eloquente, più di ogni altro reperto, più della stessa parola scritta e trasmessa, che è sempre falsa, secondo Hanz.

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