“La Madre di Eva” di Silvia Ferreri (Neo Edizioni)

 

Ho avuto il privilegio di leggere in anteprima questo romanzo dirompente sulla maternità. La Casa Editrice Neo Edizioni si contraddistingue per le scelte editoriali forti su temi che loro stessi definiscono urticanti. Secondo noi c’è una forte urgenza che la letteratura, come sempre è stato ma oggi più che mai, sensibilizzi i lettori sui temi scottanti perché il pregiudizio evapori.

Parlavamo del tuo futuro e della tua vita, lui mi diceva: «Non fare progetti perché sarà lei a decidere chi sarà, cosa sarà, solo lei». Non è vero, avrei dovuto dirgli, non sarà lei a decidere perché la vita e la natura hanno già scelto le carte e a noi non resta che scoprirle e giocarle nell’unico modo che ci è dato.

La madre di Eva racconta della trasformazione di una figlia. Una figlia adolescente e problematica come ce ne sono tante, senza dubbio, ma anche una crisalide in attesa di rinascere che nel cambiamento trascina tutta la famiglia. Eva, oltre a essere il nome della prima donna sulla Terra, è il nome che dei genitori hanno scelto per la loro bambina.

Siamo l’originale di ma-
dre e figlia. Lo stampo da cui tutte le altre discendono. Proprio per questo lo smantellamento fa male a tutti.

Come però accade a tutti, le aspettative che riversiamo su di loro quando ancora sono in fasce saranno disattese dalle inclinazioni naturali che influenzeranno il loro cammino. Questo accade ad Eva, che chiede soltanto di poter essere se stessa. Eva desidera che il suo corpo sia lo specchio della sua anima. Se necessario, chiederà a un giudice che le venga riconosciuto uno status che lei già sa essere suo dentro. Eppure, nonostante l’iniziale opposizione dei genitori, prima delusi, poi rassegnati, infine consapevolmente vicini, Eva prosegue dritta per la sua strada. Mai un ripensamento, mai un dubbio. Lei da quando è nata, sente di essere maschio.

Il nome che ti avevo dato io, quello non era vero. E nemmeno tutti quelli che avesti dopo, i nomignoli dell’amore di tuo padre, mimì, scopetta, ranetta. A cancellarli sarebbero bastati un colpo di bisturi e una sentenza del tribunale.

Le fragilità della madre, che emerge potente attraverso le sue parole che ci conducono e ripercorrono i passi della rinascita di Eva, diventa la sua forza mentre attende che la figlia esca dalla sala operatoria. Non la si può condannare, perché a tutti può succedere di dover fare i conti con una realtà che non si conosce e non per questo ci si può esimere dall’affrontarla.

Tuo padre mi aveva raccontato di averti sognata a un anno.
Eri seduta su un tavolo e ci stavi per bene. La sua prospettiva
era da una sedia di fronte a te. Sebbene fossi relativamente piccola, eri seduta perfettamente, la schiena dritta, le braccia lungo i fianchi, le gambe a penzoloni. E lo guardavi fisso negli occhi. Vi siete guardati così, a lungo, senza dire niente. Con gli occhi languidi e sorridenti. Con lo sguardo di padre e figlia.
«Solo che non era femmina. Era maschio» mi aveva detto.
«In mezzo alle gambe era maschio».

L’autrice pone una questione importante, dai bordi spesso sfumati in questo Paese che fa ancora fatica, non dico ad accettarla, ma quantomeno a capirla: l’identità di genere è connaturata all’individuo. Non ha a che vedere con le condizioni culturali, sociali, psicologiche o altro. Non è una malattia, una devianza, un disturbo (sebbene i manuali diagnostici di malattie psichiatriche dicano di sì): è una persona nata in un corpo sbagliato. Gli stessi manuali che la relegano a disturbo di identità di genere, però, ammettono che è la sola malattia psichiatrica a essere curata dalla chirurgia.

Ci sono genitori i cui figli a vent’anni sono campioni di nuoto
o di ginnastica. Li guardano in televisione insieme agli amici e ai
parenti, quando gareggiano lontano da casa. Oppure li seguono
gara per gara. Li accompagnano, li incitano. Li vedi inquadrati
mentre sventolano bandiere italiane con la luce degli occhi che
dice al mondo intero: è mio figlio, lo vedete è mio figlio.
E ci sono genitori che hanno figli che a vent’anni muoiono
su una strada, lasciano la vita contro un guard rail o a un in-
crocio non rispettato. Sui cigli si lasciano piccole tombe, fio-
ri, bambole di pezza, scritte, “non sarà il buio a far dormire la
tua anima, chi ha visto parli, non lasciatelo morire due volte”.
Ci sono genitori che hanno figli che vanno lontano, figli che
si sposano, che divorziano. Figli che fanno figli.
E ci sono genitori che hanno figli che cambiano sesso. A di-
ciotto anni. Dopo una vita passata a guardarti con gli occhi
sbagliati.

In questo bel romanzo di formazione, la strada di Eva è già tracciata, la crescita di sua madre è invece un divenire, attraverso prove talvolta infernali che ne minano la stabilità anche familiare. Dalla negazione e dal rifiuto, attraverso la rabbia e la contrattazione, la madre di Eva giunge all’accettazione attraversando tutte le tappe del dolore. Senza rinunce, senza giustificazioni.

Mio padre è ancora al telefono: «Spero che non se ne penta
mai» dice. «Lo spero anch’io, papà». Ma se capitasse, se volessi
tornare indietro, io lo renderò possibile, scavalcherò la scienza
e il buon senso e ti riporterò indietro il tuo corpo. Ti ho fatta
una volta, posso farti di nuovo.

Lo sappiamo già all’inizio. Si trova in sala d’attesa, a pregare per la riuscita dell’intervento, qualunque esso sia. Riflette su come siano arrivate fino a lì, Eva e lei, su cosa hanno attraversato e sul suo ruolo di genitore che al di sopra delle proprie attese mette il bene supremo, l’amore per i figli.

Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio
freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda,
per l’ultima volta donna, bambina, femmina.

Molto ci dice anche l’assenza del padre, il suo silenzio, il suo delegare per non perdere terreno. Affrontare è difficile, in due lo sarebbe meno. Il coraggio però chi non ce l’ha non se lo può dare, questo vale per tutti, giustifica sempre le assenze degli uomini, mai le madri:

Io e tuo padre ci sedemmo vicini. Gli tenevo la mano di nascosto, sotto la scrivania, per dargli forza. Ascoltavamo i dettagli dell’operazione senza parlare. Pensavamo di essere preparati. Ma un conto è leggerlo sui libri e parlare con qualche psicologo; un altro è prendere un volo, un taxi, un albergo per andare a incontrare il carnefice di tua figlia, per sederti davanti a uno che ti spiega per filo e per segno come taglierà la tua bambina in dieci parti buttando via qualcosa e riadattando il resto.

Mi ha colpito la domanda che spesso affiora fra le righe: potrebbe pentirsi un domani di essersi operata? Chiaramente la risposta è nelle parole di Eva, ma anche in quelle che sua madre non vuole ascoltare, della psicologa, ad esempio, dell’avvocato, delle insegnanti. Da madre non posso condannarla per avere sperato in una vita serena e “normale” per la sua bambina:

E rise.
Continuò a ridere pure quando mi chiese: «Anche voi avete una figlia della stessa età, vero?»
«Sì, sedici» risposi. «Adesso è casa» dissi, «probabilmente su internet a cercare un modello di cazzo finto da farsi trapiantare a diciotto anni». Non rise più. La figlia abbassò lo sguardo. Il marito ci guardò con gli occhi caldi. Lei era l’unica a non saperlo.

Non posso che suggerirvi di leggere questa meravigliosa storia. Se cercate un romanzo che vi affondi una lama nel petto, che rimesti per cavarne la riflessione profonda, quella riflessione che aumenta il livello di consapevolezza del lettore, allora è il libro giusto per voi. Come lo è stato per me.

Lo trovate qui: http://www.neoedizioni.it/neo/catalogo/la-madre-di-eva/

Incipit:
Non mi senti e non mi vedi ma sono qui. Non ti lascio. Ho promesso che ci sarei stata fino alla fine e sono qui. Ti ho portata in capo al mondo a farti smembrare come un agnello sacrificale e resto con te fino al compimento di questo sacrificio estremo. Fino a quando tu non sarai più tu e al posto tuo ci sarà una persona nuova. Mi hai detto: «Non te ne andare mamma, non mi lasciare mentre sono lì dentro». Mi hai detto: «Non andartene nemmeno per un minuto, nemmeno un attimo che se mi dovessi svegliare ho bisogno che tu sia lì». Io so che non ti sveglierai per ore, ma lo stesso non mi muovo. Ti ho fatto una promessa e mi sembra che lasciare questa sedia sia un cattivo presagio. Qualcuno ogni tanto mi porta un bicchiere con dentro qualcosa, tè, caffè, succo, non me lo chiedono, passano e lo depositano sulla sedia accanto a me. Alzo gli occhi per ringraziare. Mi trattano come un animale abbandonato, come qualcuno da nutrire perché altrimenti si lascerebbe morire. In pochi conoscono il mio nome. Mi chiamano semplicemente la madre. Come fossi un archetipo, la matrice, la madre di tutti, di tutte le creature, donne e uomini che vanno portati in salvo verso approdi sicuri.
Non dicono più nemmeno la madre di, semplicemente la madre. Sono sola, ho scelto di percorrere questa strada senza nessuno. Ho scelto di portare questo peso con te, perché tu sei mia e sei sempre stata mia e se un errore abbiamo fatto, l’abbiamo fatto insieme. Non leggo, non parlo con nessuno, non ho la forza. Aspetto e seguo pensieri che arrivano a onde, poi si fermano, poi tornano. A volte sono intasata di ricordi, a volte vuota come una zucca. E se fermo i pensieri, questi si portano appresso associazioni mentali inopportune. Come la zucca, ecco. Ricordo quando abbiamo svuotato la zucca perché volevi a tutti i costi la jack o’lantern per la festa di Halloween. Abbiamo passato una mattina a tagliare e vuotare zucche e quando finalmente siamo riuscite a finirne una, tu hai pianto di paura per i denti a punta e allora tuo padre è intervenuto e ha trasformato i denti in un sorriso. È sempre stata la sua dote migliore, accomodare le cose, smussare gli angoli, arrotondare le punte perché io e te non ci ferissimo. A me ha sempre rinfacciato di non riuscire a mediare: «Non è tutto o bianco o nero, ci sono terre di mezzo dov’è più comodo abitare». Lo stesso ha fatto con il tuo travestimento. Quando ha trasformato la strega in vampiro. Perché con le gonne, dicevi, sentivi freddo e ti mettevano a disagio e quel pianto che ne seguì gli aveva strappato il cuore. Così il vestito diventò un mantello, la scopa una falce. Ha aperto la cassetta degli attrezzi e ha lavorato per un giorno intero, con te attorno, per riportare le cose alla normalità. Ha chiuso gli occhi allora, come tante altre volte fece. Chiudeva gli occhi e restava nelle sue terre mitigate. Io no, io vedevo tutto. Condividevo con te i territori estremi e respiravo il freddo che mi gelava intorno.
Lo stesso che respiro oggi.

 

 

Anita.

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