La pianista di Van Gogh di Carlo Ferrucci

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Trama:

A Auvers-sur-Oise, trenta chilometri a nord ovest di Parigi, si consuma nell’estate del 1890 l’ultimo atto della tragica vita di Vincent Van Gogh. Nei due mesi precedenti Van Gogh dipinge alcune delle sue tele più famose e frequenta assiduamente la famiglia del dottor Gachet, alle cui cure è stato affidato da suo fratello Theo. Dopo la morte del pittore, e col crescere della sua fama, Margherita Gachet non dirà né scriverà mai una sola parola su di lui, a differenza di quanto faranno suo padre e suo fratello Paul. Si nasconde forse qualcosa dietro a questo silenzio? Cosa potrebbe avere compreso la giovane pianista riguardo ai segreti della pittura di questo straordinario artista e alle ragioni del suo suicidio? “La pianista di Van Gogh” è il diario immaginario tenuto da Margherita in quei giorni, una testimonianza unica, vivace e raffinata, della fase conclusiva della vita del grande pittore olandese.

Recensione:

Margherita è un piccolo “fiorellino di serra” che suo padre, il progressista Dottor Gachet, tiene ben protetto sotto la sua ala. In casa con loro anche il fratello e la governante, ma un pensiero è sempre rivolto alla madre, che è assente.

“Non credo che la mamma sarebbe stata molto contenta di quello che è successo oggi: il babbo ha ricominciato a ricevere in casa i suoi amici pittori”

Siamo nel 1890 e Auvers-sur-Oise accoglie un originale forestiero, un pittore d’avanguardia che la critica ancora non apprezza, Vincent Van Gogh. E fa ritratti che scavano nell’anima, dipinge paesaggi che fanno girare gli occhi per quanto sono “viventi”. Danzano le case, vorticano i tetti, difficile per i piccoli abitanti di Auvers riconoscervi i volti e il municipio. Un gran peccato, pensano tutti e alcuni lo dicono, che questo imbrattatele perda il suo tempo fra i campi di grano. Margherita ha un animo gentile, invece, nelle piccole cose del quotidiano sa leggere la grandiosità dell’arte e scopre che la sua musica e la pittura del forestiero hanno un legame profondo e lo vuole indagare. Nel suo diario racconta dei primi turbamenti d’amore, i baci immaginati e i dialoghi sognati fra lei e Van Gogh che poco per volta riconosce in questa fanciulla di provincia gli occhi puliti che possono comprendere i suoi dipinti. E la ritrae, più volte, e le confida i suoi propositi per diventare famoso, per ripagare il sostegno che il fratello gallerista non gli ha mai fatto mancare.

“Una delle cose migliori che la pittura può fare è dirci la verità su noi stessi”

Sono gli ultimi mesi di vita di Van Gogh quelli ad Auvers, lo sappiamo dall’inizio, ma lo stesso ci dispiace voltare pagina e avvertire, insieme a Margherita, che la fine si avvicina inesorabile.

Non ha un carattere semplice l’ospite pittore, si capisce subito per quella cicatrice sull’orecchio, per i racconti sul manicomio e per il rapporto con il nipote appena nato che porta il suo nome.

” Dio sa se li vorrei, una moglie e dei figli miei… figli veri, di carne, dico, invece che di terra colorata come quelli che mi ostino a far nascere col mio pennello e che mi spremono, ricambiandomi così male, tutte le mie energie”.

Margherita vorrebbe essere quella donna, incerta se chiamare amore quel sentimento di profonda comunione e compassione che prova per il suo “olandese misterioso”. D’altra parte, è una ragazza in età da marito e non le si può consentire di conversare da sola con un uomo, né di prendere parte a discorsi fra uomini. Per tutto il giorno può leggere o suonare le  “Consolationes” pregando che il pittore intuisca che sta suonando per lui. E nel ritmo calmo della narrazione ci lasciamo cullare anche noi lettori dalla lieve sinfonia che attraversa le finestre di casa Gachet per tuffarsi nei giardini e raggiungere l’orecchio, amputato ma ancora attento, di Van Gogh.

“«Io penso che la pittura e la musica siano più simili di quello che molti pensano, sapete… credo di avervelo già detto, l’altra mattina, ma voi non mi ascoltavate», ha osservato, quando gli ho espresso il mio timore che il suono del pianoforte potesse disturbarlo. «Servono, tutte e due, a dar voce a quella parte fondamentale della nostra vita, a quelle emozioni particolarmente vive e intense, che non riusciamo a esprimere a parole se non nei rari casi in cui ci soccorre la grande poesia. Per questo, proprio come la grande poesia, nemmeno la pittura e la musica moriranno mai. Poi, certo, ma con la vostra esperienza di pianista e con un padre pittore questo voi lo sapete meglio di me, la musica è più leggera, più mobile, più… pulita, giusto?, perché vive d’aria, di vibrazioni invisibili, mentre la pittura si alimenta di materia, di terra colorata, che hai voglia a lavarti, non riesci mai a scrostartela del tutto di dosso. Come non puoi più scrostarla dalla tela una volta che si è asciugata. Resta lì, immobile, per sempre, come un essere vivente per il quale il tempo si sia fermato»”

Ho amato questa lettura, preziosa e vivace, dove la semplicità delle parole di Margherita ci trasmettono i profumi delle campagne di Auvers-sur-Oise e dei suoi abitanti.

Anita

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