La scordanza – di Dora Albanese

La scordanza

di Dora Albanese

edizioni Rizzoli

Dal sito dell’editore

A Muggera, un piccolo paese della Basilicata, il mondo sembra essersi fermato: le donne alternano le preghiere del rosario alle formule per scacciare il malocchio; gli uomini sono pronti a uccidere per uno sguardo di troppo; nel bosco, nascoste tra i calanchi, le fattucchiere preparano filtri d’amore. E poi c’è un ruscello, una “fiumara”, che per chi l’attraversa segna il confine invisibile tra dentro e fuori, tra vita e morte, tra ricordo e dimenticanza. Caterina sogna di oltrepassare quel ruscello, raggiungere l’altra riva e lasciarsi tutto alle spalle: è troppo bella, troppo giovane, per restare in un posto senza futuro. Ma a casa ha una famiglia che l’aspetta – un marito, una madre anziana, due bambini piccoli. Quale donna, al suo posto, avrebbe il cuore di abbandonarli? Caterina non sa rispondere a questa domanda, finché non incontra Nadir. Un uomo brutale, selvaggio, che vive da solo tra i sassi senza acqua né elettricità; un uomo che non ha nulla da offrirle, se non l’occasione di invertire il passo e fuggire. È così che inizia questa storia, con una fuga. Perché soltanto fuggendo si può scoprire cosa resta di una persona quando sceglie di recidere tutti i legami della sua vita.Quello raccontato da Dora Albanese è un Sud feroce e contraddittorio, impastato di magia oscura. E lei ci tende la mano per rivelarne i segreti, regalandoci un romanzo intenso, viscerale, che si interroga sul senso più profondo della femminilità.

Recensione

«Il dolore puzza, non te lo scordare mai.»

Da quel giorno, da quando nonna Eufemia gli aveva rivelato

che il dolore faceva puzzare le persone, Eustachio

non aveva più smesso di farci caso, alla gente che soffriva.

Aveva dieci anni e una cosa chiara nella testa: si sarebbe

impegnato a non puzzare di dolore come i suoi adulti, soprattutto

come sua madre.

Come fa una madre ad abbandonare i propri figli?

Quante volte ce lo siamo chiesto ascoltando le notizie alla televisione sentendo di qualche madre che ha lasciato marito e figli per rifarsi una vita, chissà dove?

È quello che fa Caterina.

Stretta in una vita che non le piace, che la rende infelici, se ne va, senza dire niente a nessuno, alla ricerca di se stessa, di una vita che le vada bene; lontana da un marito violento, da un paese chiuso e pettegolo, da parenti invidiosi e da una madre sottomessa. Se ne va anche da un figlio in fasce e da uno che la ama e che si ammala per lei, per la sua assenza.

Caterina è una donna in fuga. Lascia il peso di tutto a Eufemia, sua madre, e a Eustachio, il figlio grande.

«La brava donna si vede dai panni che stende e dal letto

che fa» le diceva sempre sua nonna. La camera da letto, dal

suo punto di vista, era la stanza più importante della casa,

la prima che al mattino doveva essere arieggiata e sistemata,

perché era il ragguaglio di tante cose: delle pene e delle

gioie quotidiane, dell’unione, del travaglio, della malattia

e della commemorazione.

Caterina scappa da questa mentalità, dall’idea che la donna debba accettare tutto dal marito, botte comprese. Vorrebbe emanciparsi, e lo fa a modo suo, incapace di trovarne un altro.

Per lui, sua madre era solo una bambina che ogni

tanto, come fanno tutte le bambine, si metteva a sognare

e s’incapricciava. Lui se ne accorgeva, riusciva a sentire

la temperatura, il calore di quei sogni. Forse, da grande,

avrebbe fatto il dottore per davvero e avrebbe curato tutte

le malattie dei sogni.

Dora Albanese ci racconta di una donna che non si conosce, che cerca la propria via. Chiusa tra la tradizione e l’ambizione di essere diversa dalle altre, la voglia di imitare le donne di città, quelle che possono fumare senza essere giudicate, che possono vestirsi e truccarsi, che possono parlare con un uomo senza diventare zoccole. Caterina vorrebbe solo avere una scelta, ma non sa come si fa, e lo fa nel peggiore dei modi.

«Non mi interessa, io a casa non ci voglio stare più. Fuori

le donne vogliono la libertà e i diritti pari per tutti, e noi invece

ce ne stiamo dimenticate in questo fosso meridionale…

è inutile che fai finta di non saperlo… noi ce ne restiamo in

silenzio pure quando gli uomini ci picchiano… è uno schifo!»

«È sempre stato così Caterina» aveva sospirato Eufemia.

«E che vuol dire? Come fai a dire che è sempre stato così?

Allora era normale quando tuo padre picchiava tua madre,

e la prendeva dai capelli e la trascinava per tutto il salone,

la notte, quando tornava ubriaco come un maiale? Ed era

normale che poi prendeva a schiaffi pure te, che scendevi dal

letto solo per difenderla? No mamma, altro che normale…»

Eufemia si era sentita toccare nel profondo, perciò le aveva

dato uno schiaffo con il palmo della mano ben aperto. «Basta

così! Tuo nonno era un gran lavoratore!»

Caterina aveva ripreso fiato e si era fermata un attimo

a osservare il volto di sua madre, che adesso era pieno di

vergogna.

«Poteva essere pure un gran lavoratore, tuo padre, ma di

sicuro non era un uomo.» Caterina era un fiume in piena:

«Sai da dove nasce tutta questa violenza? Dal fatto che abbiamo

perso i nostri anni migliori a stare chiuse in casa, ad

accudire i figli, a rammendare i calzini bucati, a stare zitte,

a convincerci che non valevamo niente».

«Fa’ meglio tu, allora… se proprio ne sei capace…»

«Io almeno ci provo. Tu, mamma, vieni da un’epoca in cui

le donne non avevano il diritto di votare, in cui c’era il delitto

d’onore e si chiudevano gli occhi quando i mariti andavano

a puttane. Siamo negli anni Ottanta, io ho quasi trent’anni,

 

quello che dovevo fare l’ho fatto: ho messo al mondo due

figli, ho sofferto come una bestia, e adesso voglio pensare a

me, lo capisci? Voglio pensare alla mia libertà…»

«Ma chi te le ha messe in testa tutte queste cose? Chi?»

Eufemia si era sentita di schiaffeggiarla ancora. «Ti sei convinta

di cambiare il mondo con la tua testa calda, invece da

sola non sei niente, non vai da nessuna parte… Senti a me:

il mondo non si cambia con le sfuriate.»

Può una madre abbandonare i propri figli e non tornare più? Non le muore una parte di sé?

Queste domande Caterina non se le pone. È come un animale in gabbia, qualunque altro posto sembra migliore, anche se poi si accorge che è solo un diverso tipo di gabbia.

E lascia tutto sulle spalle di Eufemia, sua madre, già segnata dalla vita e incapace di odiarla.

Eufemia con  la maternità ha dato senso alla propria vita, mentre Caterina nella maternità si persa, come confida a Nadir, in un raro momento di intimità.

Si getta nelle mani di un altro uomo, nella convinzione che sia diverso, che con lui potrà essere serena, essere se stessa, ma il rimedio peggiore della cura. Lui è violento, volgare, non la vede e non la sente. Non sa che cosa fare della sua vita, non la sa gestire. Incapace di scegliere,si lascia trasportare dagli eventi. Continua a seguire ciò che per lei ha odore di libertà.

Dora Albanese ci porta nella vita di una donna come tante, come ce ne sono ancora troppe. Donne che si sentono chiuse nella vita matrimoniale, nella maternità. Incapaci di alzare la testa, di essere forti e opporsi a uomini violenti, senza bisogno di scappare.

Ci racconta anche di molte altre donne, che come Eufemia, ma non nello stesso modo, nel matrimonio e nella maternità hanno trovato la loro ragione di vita, hanno dato un senso al vivere.

Gli uomini non hanno molta voce in questo romanzo. L’unico è Eustachio, bambino, che cerca, anche lui, di dare un senso a quanto accade.

Eustachio rimase da solo, circondato dal paesaggio malinconico;

in quel momento gli venne in mente la gatta pezzata

della vicina di casa di sua nonna, che, dopo aver partorito,

faceva sempre una cosa brutta: mangiava tutti i suoi cuccioli

e non ne lasciava sopravvivere nemmeno uno. Ne aveva

mangiati già sei e, nonostante ciò, la padrona non si decideva

a ucciderla perché diceva che non era cattiva, che forse

quello era il suo modo di proteggere i figli dalla vita. Allora

Eustachio intuì che anche le mamme potevano essere cattive.

Daniela

 

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