Le sorelle misericordia – di Marco Ciriello

Le sorelle misericordia

di Marco Ciriello

Edizioni Spartaco

Dal sito dell’editore

Finalissima degli Open di tennis in Australia. L’italiana Laura Cammarata sta affrontando la campionessa Serena Williams in un match che ha dell’epico. Di colpo si ferma, interrompe la gara, lascia senza dare spiegazioni la Rod Laver Arena e pone fine alla sua carriera di tennista.

La partita importante si giocherà su un altro campo, che vede contrapposte due sorelle con visioni della vita divergenti. La prima alle prese con la sua profonda religiosità, la seconda costretta su una sedia a rotelle dalla Sla.

«Due anime abitano nel mio petto» diceva Goethe. Così Ciriello contrappone le due donne in dialoghi su Dio e l’esistenza, lo sport e la malattia, Lourdes e il Grande Slam, la fede e l’eutanasia. Gli scambi sono decisi, ostili, fino all’epilogo che porta le protagoniste e il lettore dall’hinterland napoletano a Barcellona.

Recensione

Sei costretto su una sedia a rotelle. Guardi tua sorella su uno dei campi di tennis più prestigiosi al mondo, mentre sta vincendo contro Serena Williams, niente di meno. Ammiri il suo corpo e le sue movenze. All’improvviso si blocca e lascia il campo. Rinuncia non solo alla partita e al titolo, ma alla propria carriera di tennista. E tu, lì, bloccato sulla sedia a rotelle, consapevole che la vita continuerà a toglierti invece che darti, vorresti capire perché. Perché tua sorella ha deciso di non vivere? Perché ha rinunciato?

Sai, volevo essere una donna sempre con lo zaino in spalla, non mi vedevo mamma, ma piuttosto una di quelle zie solitarie e un po’ matte che fanno impazzire i nipoti, ne diventano un modello, almeno fino ai vent’anni.

Due punti di vista inconciliabili. Una, Laura, la tennista, ha avuto una visione, la Madonna, che ha interpretato come rinuncia al tennis. L’altra, Cristiana, atea o forse meglio dire agnostica, assetata di vita e di emozioni, impossibilitata ad assaporare la vita come vorrebbe. Spettatrici impotenti l’una della disfatta dell’altra.

Non aveva mai pensato all’olocausto come proiezione in grande, estesa a un popolo, di una malattia terminale, che un po’ alla volta ti toglie le funzioni vitali, la libertà e ti lascia in balia di una sofferenza che non puoi respingere. Poi, ha pensato che forse era offensivo paragonare la propria piccola sofferenza a quella di un popolo.

Questa è Cristiana, il cui dolore l’accompagna ogni secondo, ogni attimo, senza darle tregua, consapevole di quale sarà la fine. Lei che vorrebbe avere il coraggio di porre fine alla propria vita, prima che diventi insopportabile, come può farlo capire a sua sorella? Che riporta sempre tutto sul piano religioso, ma che invece, alla fine, comprenderà. Perché in questi dialoghi, in questi scontri verbali, le due sorelle si ritrovano. Un dolore diverso le unisce. Una visione e una concezione della vita le separa. La fede, soprattutto quella. Ancora di salvezza per una, inutile perdita di tempo per l’altra.

Un desiderio che Cristiana aveva, farla finita prima che tutto crollasse, che le mani smettessero di muoversi, la testa di girare per guardarsi intorno e con gli occhi lei e la mascella e via così (…) è peccato assecondare questi pensieri, ma il dolore che peccato è? Punisce i giusti e gli ingiusti.

E alla fine i dubbi: e se avessi mal interpretato la visione che ho avuto?

Il racconto del loro dialogo difficile, della loro convivenza forzata e delle idee opposte. Comunque un amore che capisce, che vorrebbe dire e domandare, troppo discreto a volte per dire veramente ciò che pensa.

Un ritratto delicato di un legame profondo, oltre le differenze, in cui dolore e fede vanno a braccetto, pur non volendo.

Daniela

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