Maleta – di Benedetta Tomasello

maletaMaleta – Real Casa dei Matti

Benedetta Tomasello

Qanat Edizioni

Dalla Prefazione

Il rosso è il colore della passione, di quella ferita sanguinante nel petto per cui si decide che vale la pena soffrire. E Maleta il rosso lo possiede nelle vene, lo accetta e lo muta in attesa e preghiera anche quando le viene negata ogni libertà, per aver accolto a braccia spalancate , quasi come quelle del suo Cristo- invocato, ingoiato, ripudiato e offeso sulla parete di un gabinetto- la promessa di un amore, presto divenuto croce, feroce condanna. Un amore che profuma di zagara, che avvelena l’unica speranza custodita nel cuore, quella di poter possedere un solo attimo di felicità. Benedetta Tomasello dipinge, con le parole e con i suoi pennelli, la storia di una donna che, in un susseguirsi di eventi drammatici e surreali, impara il dramma dell’abbandono, della perdita, persino quella dei frutti del suo ventre, scoprendo che la mano giunta come àncora, come fuga negli anni dell’adolescenza, sarebbe stata la mano di un carceriere, il furore insano di una mente infernale.
Maleta è forse quella fanciulla che in Buenos Aires 22, prima prova dell’autrice, attendeva, abbandonata al vento, il principe azzurro in groppa a un cavallo bianco. È il sorriso ingenuo che si cela in ogni ragazza, quando, non più bambina né ancora donna, inizia a cercare l’amore, a desiderarlo, a immaginarlo e sentirlo nel proprio corpo; a negarlo nell’eco del Sesto Comandamento o dei rimproveri di una madre troppo rigorosa e austera. << Ignoranza, ingenuità, impreparazione, spianarono la mia vita al dolore, alle sofferenze e alle continue umiliazioni che dovetti subire>> dice la protagonista, ormai consapevole che l’unico puro atto di amore sarebbe stata la carezza del suo Cristo, l’abbraccio del Suo volto luminoso.
Il ritmo rosso che percuote le ossa di Maleta è un ritmo fiero, è la danza di una donna che, pur nell’estrema mortificazione e privazione, non abbandona la speranza, la fiducia nel controtempo dell’esistenza, la consapevolezza che in ogni gesto, pur drammatico e apparentemente definitivo, si celi una presenza, una speciale provvidenza. Maleta, sebbene alcune volte, forse, desideri la ferocia animale dei suoi aguzzini e lo sputo del rifiuto, non perde la fiducia nella vita sempre nascente, anche nel ricordo di pezza che Margherita protegge sul petto, negli sguardi feriti di Alfredo e Aurora oltre le ringhiere, perché è connaturata all’essere umano l’arte di attendere, di tendere verso il bene. Benedetta Tomasello sa che tale tensione diviene spesso un macigno, un peso da trascinare con fatica nel quotidiano per convertirlo in forza e in amore. Nessuna tensione può infatti realizzarsi senza il rosso del patire, senza preghiera e umiliazione, ma lei sa mostrarci, con la grazia e la delicatezza delle parole, che in ogni vita, anche in quella rinchiusa in un ergastolo bianco, le ombre cercano sempre il cielo.
Lo sguardo con cui l’autrice osserva quella donna “nostalgica e filamentosa, burbera e fuggente come cima di un aspro monte” che in un bar di provincia chiede giustizia, il riscatto al suo dolore, è lo sguardo umile di chi intende la scrittura come servizio, come dono ricevuto a cui essere fedele. E l’intera esistenza di Tomasello si realizza nell’ascolto e nel canto di quel singhiozzo ardente che Baudelaire disse essere l’unica testimonianza a Dio della dignità umana.

Carola D’Andrea

Recensione

Più che un romanzo, è un breve e veloce racconto della vita di Maleta.

Maleta si sente stretta nei dettami e nelle regole materne, lei che vuole vivere la vita e l’amore. Con l’incoscienza dei 16 anni e l’ignoranza della sua condizione. Si ritrova senza amore, con figli nati da continue violenze. Vorrebbe avvelenare il suo aguzzino, ma non lo può fare perché i figli sono in casa, quando però i figli non ci sono più, lei continua a soccombere e subire. L’unico moto di ribellione, come quello avuto a 16 anni, non fa che peggiorare la sua situazione.

Il racconto scivolava veloce, tra metafore e disegni inquietanti. Il merito è quello di raccontare una delle tante situazioni di degrado culturale e violenze quotidiane. Racconta come spesso si decida di restare nella propria gabbia, anche se si potrebbero aprire le porte e andarsene, perché non si sa che cosa ci sarà là fuori. Parla di una donna che non sa ribellarsi, che lo fa nei momenti e nei modi sbagliati, perpetrando il suo stato di vittima, l’unico che conosca.

Non ha pretese, è un racconto senza fronzoli, senza approfondire le situazioni. Sembra quasi che le parole servano a raccontare le immagini all’inizio dei capitoli, e forse è così, invece del contrario. Non sono le immagine al servizio della parola, ma la parola al servizio delle immagini. Perché in certe situazioni c’è poco da dire.

Daniela

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