Notti al Circo di Angela Carter (Fazi Editore)

Notti al Circo
Notti al Circo

Esce oggi per Fazi il primo romanzo di Angela Carter, Notti al Circo.

Chi conosce Angela Carter (io avevo letto Figlie Sagge) sa cosa aspettarsi dalla sua penna e sa anche che nonostante questo, verrà stupito.

La prima delle tre parti di Notti al Circo è ambientata in un camerino di Londra. Fevvers ha appena finito il suo spettacolo e Jack Walser la sta intervistando. Fevvers ci racconta così di essere nata da un uovo, con una piccola peluria sulle scapole che durante la pubertà si rivelerà essere due grandi ali piumate. A metà fra l’animale mitologico e il freak, Fevvers prosegue nel racconto surreale della sua vita. Il passaggio da un bordello gestito da donne alla casa dei mostri di Madame Schreck che nello scantinato gelido del suo palazzo gotico mette in mostra e fa prostituire donne dall’aspetto insolito: una ragazza che non si sveglia mai, una donna alta pochi centimetri ecc… ma Fevvers, che si professa vergine, viene infine venduta a un cliente che spera di guadagnarsi l’immortalità violando la “Vergine Alata”. Grazie alle sue ali Fevvers potrà salvarsi e unirsi al circo del colonnello Kearney come trapezista.

Il giornalista Walser è rapito dai racconti di Fevvers, il tempo si ferma sulle sue parole e si convince che vuole smascherarla. Per questa ragione seguirà il circo fino in Siberia, travestito da clown.

Angela Carter gioca con il lettore e con i personaggi. Gli elementi magici abbondano ma per rivelare la complessa visione del mondo che in un gioco di colori e assurdità viene messo in scena: Fevvers è emblema di libertà. Le sue ali la rendono irraggiungibile e non le serve un uomo per sopravvivere. E’ lei, invece, a salvare il “principe” che rimane vittima delle donne. Angela Carter riscatta le prostitute, padrone di se stesse, esseri pensanti e determinati che volontariamente dispongono del proprio corpo. Parlano con un linguaggio sboccato, osceno e non se ne vergognano. In questo romanzo il potere è in mano alle donne, la verità pure. Non è un caso, infatti che fino all’ultimo il lettore non sbrogli il nodo cruciale: Fevvers mente? E su cosa?

Incipit.

«Per Dio, signore!» cantilenò Fevvers con una voce dagli echi metallici che ricordava il rumore di un coperchio sbattuto su un bidone della spazzatura. «Quanto al luogo in cui sono nata, be’, ho visto la luce proprio qui, nella vecchia Londra fumosa! Non per niente mi hanno soprannominata la ‘Venere cockney’, signore, anche se avrebbero potuto chiamarmi ‘l’Elena del trapezio’, considerate le insolite circostanze in cui è avvenuta la mia nascita. Già, perché io non sono uscita da quelli che si potrebbero definire i canali normali,  signore, oh, no! Come Elena di Troia, sono stata covata. Proprio così, sono uscitada un uovo bello grosso mentre suonavano le campane di Bow Church!»

La bionda scoppiò a ridere rumorosamente, si batté la mano sulla coscia marmorea che sbucava dalla vestaglia e fece saettare lo sguardo impudico dei grandi occhi azzurri verso il giovane giornalista — taccuino aperto e matita a mezz’aria — quasi a dirgli: «Vediamo un po’ se mi credi!» Poi fece ruotare il seggiolino girevole — uno sgabello da pianoforte con il sedile in velluto, prelevato in sala prove — e, guardando la sua immagine sorridente riflessa nello specchio, si strappò dalla palpebra sinistra dieci centimetri di ciglia finte con un gesto deciso e un’esclamazione breve, rauca, esplosiva.

Fevvers, la più famosa aerialist del momento. Il suo slogan: «È finzione o realtà?» E non vi permetteva di dimenticarlo nemmeno per un attimo. Il quesito, in francese a caratteri cubitali, spiccava su un manifesto grande quanto la parete a ricordo dei suoi trionfi parigini e ora dominava il camerino londinese. C’era qualcosa di frenetico, un non so che di impetuoso, di scattante in quel manifesto, l’assurdo ritratto di una ragazza che sfrecciava come un razzo, in un vortice di segatura, su, su, verso un trapezio invisibile, perduto nei cieli lignei del Cirque d’Hiver. L’artista aveva colto la sua ascesa da dietro — chiappe all’aria, per dirla tutta — ed eccola volare in prospettiva steatopigia, scuotendo quelle sue formidabili penne rosse e viola, abbastanza grandi, abbastanza poderose da sostenere una ragazzona robusta come lei. Perché lei era una ragazzona robusta.

 

Precedente "Al Giardino ancora non l'ho detto" di Pia Pera (Ponte alle Grazie) Successivo La Disdetta ( Racconto di F. De Roberto, collana Giro del Mondo di CartaCanta Editore)