“Quattro Madri” di Shifra Horn (Fazi)

La storia di Amal.

Il romanzo di Shifra Horn mi ha colpito per il messaggio di grande forza che dona alle donne di ogni tempo e ogni luogo. Ambientato a Gerusalemme nell’arco di più secoli, le donne protagoniste di questa storia sono vere combattenti che non si fermano davanti al pregiudizio e alla superstizione. Un incoraggiamento per tutte le donne di oggi.

Amal è la voce narrante di questo romanzo e ci accompagna attraverso le storie delle passate generazioni che, come si sa, aiutano a comprendere meglio il presente.

Amal è stata abbandonata dal suo compagno dopo aver dato alla luce il primo figlio. Le donne della sua famiglia invece di consolarla, le suggeriscono di gioire perché le è capitata una grande fortuna: avere un figlio maschio dopo generazioni di femmine. Questo significa che la maledizione si interromperà? Il racconto è permeato di magia e personaggi a tutto tondo, in un intreccio di storie che si chiarisce a ogni capitolo sempre più.

La maledizione che attanaglia questa famiglia palestinese risale a un secolo prima e la madre, la nonna e la bisnonna di Amal le raccontano delle donne che si sono tramandate la sciagura ma non solo. Il romanzo è attraversato da una profonda vena folkloristica che ci mostra i rituali e tradizioni, elementi magici e poteri che ognuna delle donne possiede e che si rivela essere insieme fortuna e disgrazia. Ci sono tutti gli elementi di una saga familiare al femminile: fortuna e povertà, ricchezza e sofferenza, in una storia che inizia nel diciannovesimo secolo e giunge fino ai giorni nostri.  Le donne della famiglia di Amal sono forti e determinate, crescono le loro figlie da sole e non si arrendono. Un esempio per molte donne ancora oggi.

Estratto:

Sono nata nel letto di ottone della mia bisnonna Sarah nell’estate del 1948. Le salve dei cannoni giordani salutarono il fatidico evento con adeguati rumori di sottofondo. Le granate fendevano il cielo incandescente di Gerusalemme, cercando l’indirizzo di chi aveva un appuntamento di sangue con il destino. Quel giorno unii la mia voce alla loro, e gridai per la prima volta. Me l’hanno raccontato le tre donne testimoni del mio arrivo in questo mondo. Cominciamo da mia madre, Gheula: la sua espressione di orrore alla vista di quella creatura paonazza appena uscita dal suo grembo è la prima immagine che mi si è stampata nel cervello. Anche oggi, persino mentre scrivo queste righe, non si è ancora ripresa dall’esperienza, a suo dire umiliante, di avermi messo al mondo. Mia nonna Pnina Mazal fu quella che si chinò sul letto, sorridendomi, mentre sussurrava le parole che per prime fecero vibrare i miei sottili timpani delicati: «Una bambina, è una bambina…». La mia bisnonna Sarah, della quale respiravo la lieve fragranza di rosa, era la levatrice, e quando divenni grande mi raccontò che il parto fu particolarmente facile. Non c’era nessun uomo lì accanto ad accogliere con gioia il lieto evento, e sul mio certificato di nascita, alla voce «nome del padre», è scritto a lettere tondeggianti: «SCONOSCIUTO».

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