Ricette di una ragazza perbene, di Leda Borghi

Ricette, vino e ricordi

Ricette, vino e ricordi

Ricette di una ragazza perbene

di Leda Borghi

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Recensione

Se dovessi definire il libro di Leda Borghi, direi che è una raccolta di cartoline.

Difficile classificarlo, perché in questo libro ci sono tantissime ricette, alcune più complicate altre molto semplici e veloci, piatti articolati si alternano ad amuse-bouche. Ma più di tutto, per come ho letto io il libro, ci sono cartoline di un passato importante, colorato e intenso.

L’autrice ricorda persone, luoghi, avvenimenti, odori, tradizioni e impressioni, e lo fa con un linguaggio ricercato, non usuale. Eppure la cartolina è vivida, attuale, mai appannata dalla nebbia del tempo.

Il primo capitolo è un delicato ricordo di un amico scomparso, una persona che è stata importante per l’autrice, con cui ha condiviso molto e che le ha permesso di ritrovarsi. E anche gli altri ci dicono molto di chi scrive e del significato che le ricette rivestono per lei. Non è possibile apprezzare le ricette, senza conoscere il passato e la storia a loro legata. Per questo non posso dire che questo sia un libro di ricette, è molto di più.

È un tuffo in tempi e luoghi sconosciuti, è una porta aperta sulla vivacità di una famiglia multicolore. È l’eterna diatriba sul tortello, se sia mantovano o ferrarese e quale sia la zucca migliore.

Ma il capitolo che ho amato di più, che mi ha portato in luoghi lontani ed esotici, è stato quello sull’India, con le sue spezie, i suoi profumi e la sensazione che per l’autrice quella sia stata una vera scoperta. Come non pensare ai mercati orientali, indiani, dove sul bancone sono disposti sacchi colorati, che uno vorrebbe tuffarcisi?

Il bello di questa lettura è che c’è un filo conduttore, ma ogni capitolo è a sé. Ognuno ha un suo sapore particolare a cui la Borghi accompagna, sapientemente, del vino.

E poi la naturalità, la campagna, il riportare il cibo a tavola, tra di noi, da gustare a piene mani, senza vergogna di dichiararsi affamati o di abbuffarsi. Concordo con l’autrice quando dice, con parole diverse e forse più sottili, che bisogna riappropriarsi del gusto del mangiare, lasciando stare gli chef-personaggi che inorridiscono davanti a un piatto troppo pieno, come se il cucinare fosse arte solo per gli occhi.

La decadenza di chi vive nell’opulenza teorizza il cibo, rendendolo simbolico e concettuale piuttosto che consumarlo.

e ancora

… pare che solo gli animali mangino, mentre gli uomini degustino.

Altre piccole “perle di saggezza” sono sparse qua e là per il libro, come molliche, resti di un pensiero più complesso e articolato, maturo e già consumato, di cui si può rinvenire traccia, ma che non vuole essere posto come protagonista, preferendo lasciar parlare le pietanze.

Sebbene siano passati alcuni decenni, non credo che riguardo all’omosessualità sia cambiato molto. In tanti professano la tolleranza che, in fondo, non è che sopportazione.

Oppure qualcosa che va contro ciò che ci si racconta quotidianamente:

Il passare del tempo non è servito soltanto ad accumulare esperienze inutili che non mi hanno preservato dal reiterare errori, ma a diventare maggiormente capace di galleggiare nel mare quotidiano senza essere inesorabilmente inghiottita dalle onde.

E per terminare vi cito una “cartolina nella cartolina”:

Era talmente inetta a dare corpo ai sentimenti, così poco abituata, che le rare carezze sul capo che ricordo erano parenti stretti degli scappellotti.

Qui mi fermo, altrimenti tra una citazione e l’altra, rischio di trascrivere metà libro.

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