Tu non lo sai da dove vengo, di Francesco Randazzo

Tu non lo sai da dove vengo

 

Tu non lo sai da dove vengo, di Francesco Randazzo

Abstract (dell’autore stesso):

Una frenata per scansare un vecchio barcollante. Poi la richiesta d’essere accompagnato. E sale a bordo. Vecchio, puzzolente, smemorato, esigente, bizzoso. Così comincia il lungo viaggio del protagonista, a bordo della sua vecchia Renault Clio, per accompagnare il suo passeggero verso un indirizzo introvabile, attraverso la città e la memoria, perdendosi continuamente, alla ricerca di brandelli di vita passata, di spiazzanti apparizioni e sparizioni, mentre il vecchio sembra sempre più delirante eppure consapevole e svela di sé dettagli che lo rendono affascinante e manipolatore.
Catania e le sue ombre, le sue strade e contraddizioni, è l’altra protagonista sullo sfondo, sempre presente come un’enorme sciara emotiva. Fino alla notte sul mare oscuro, fino alle falde dell’Etna, nell’ora ultima, l’ora obliqua tra il buio e la luce, in un finale che azzera e suggerisce un nuovo inizio.
Recensione
Ci sono libri a cui ci avviciniamo quasi senza pregiudizio e altri che iniziamo a leggere pieni di aspettative. In questo caso ho iniziato a leggere il libro aspettandomi di riporlo dopo poche pagine: avevo letto alcuni commenti, “un pugno nello stomaco”, e che l’autore usa un linguaggio vivo, da strada, con parolacce. Trovo che sia molto difficile saper utilizzare questo genere di linguaggio nel testo scritto, il rischio è di cadere nel grottesco o nel volgare senza che ce ne sia un reale bisogno, se non quello di soddisfare la voglia di andare controcorrente o di essere un ribelle, da parte dell’autore. Questo  il mio pensiero, lo spirito con cui mi sono avvicinata al libro: definirmi diffidente sarebbe poco.
E invece…
E invece mi è piaciuto. Molto.
Il linguaggio è vivo e ci sono parolacce, verissimo, ma questo è uno dei rari casi in cui sono funzionali. Hanno un perché nel racconto, non nella testa o nella pancia dell’autore (o forse anche, ma a me non interessa). È raccontato tutto in prima persona. L’autore ha un suo stile particolare, i dialoghi, per esempio, non sono introdotti dai caporali, eppure sono chiari, non si fatica a seguirli e a capire chi sta parlando.
Inoltre l’utilizzo di un linguaggio quotidiano è consapevole; non ci sono dubbi sul fatto che l’autore conosca la lingua italiana e che la sua sia una scelta. Anche le citazioni sono ben inserite ed è piacevole leggere i Pink Floyd, Omero o un anonimo nativo americano.
All’inizio ho riso molto, mi piaceva l’idea che il protagonista, pur essendosi subito pentito di aver dato un passaggio all’anziano puzzolente e sapendo che le indicazioni che gli forniva erano sbagliate, lo segue e fa tutto ciò che gli dice. E poi gli sbalzi di umore, di lucidità. Li ho sentiti vivi, veri.

Scusi, scusi. Le sto rompendo il cazzo. Ma no, che dice. Un vecchio rincoglionito che rompe il cazzo. Sia gentile, abbia pazienza. Via Canfora 91. Io abito lì.

Dice forte: Le sto rompendo il cazzo. Stizzito, come se dicesse il contrario. Cioè, che io gli sto rompendo il cazzo. Che strafottuta raffinatezza ’sto vecchio. Usa le intonazioni da dio. Mi sta dicendo che s’è stufato, che secondo lui sono io a non volerlo portare dove vuole lui, che stiamo perdendo tempo per colpa mia che non conosco le strade e non perché lui ripete ’sto cazzo d’indirizzo come un mantra lamentoso e continua a dirmi d’andare dove cazzo gli gira a lui in quel momento il neurone sfranto che gli è rimasto, perché si convince ogni due minuti che via Canfora è di là o di qua o di su o di giù e io ce lo porto. È questa, è questa, dice lui, ma non è quella neanche per un cazzo e si lamenta ancora e ricomincia la trottola. 

E poi alterna questi brani a momenti più delicati:

Attraversiamo. Lo tengo stretto per un braccio. Non troppo stretto, lo sento così fragile eppure teso, saldo, sotto questa fragilità fisica. Attraversiamo camminando piano, tra macchine che frenano di colpo e gente che impreca, uno persino scende dall’auto deciso a insultarci, poi vede bene il vecchio e dice soltanto un vaffanculo, risale e se ne va. Attraversiamo come se guadassimo un ume, consapevoli di poter morire travolti dalla corrente, ma decisi, perché è l’unica cosa da fare, inevitabile. 

O ancora quando racconta della visita al cimitero dove il vecchio, di cui non sapremo mai il nome, ha seppellito se stesso e il suo passato.

Ci sono molte cose in questo libro che è un viaggio del protagonista per arrivare dove nemmeno lui sapeva di dover andare, ma che alla fine scopre essere il posto giusto, l’unico.

E si mischiano sogno e realtà, fantasia e leggende, risate e lacrime, lucidità e delirio.

L’ho letto tutto d’un fiato e mi sono domandata con che spirito l’autore lo avesse scritto e come abbia fatto a mantenere quel registro per tutto il libro. Perché non è facile mantenere il livello, ma come ho già detto, è evidente che Francesco Randazzo conosca gli strumenti che usa e abbia un’ampia cultura che riversa in parte e senza sforzo in queste pagine.

Per maggiori informazioni sull’autore questo è il link, questo sito invece è del libro e la pagina dell’editore è questa.

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