Aiuto, ho un figlio impossibile – di Osvaldo Poli (San Paolo)

Aiuto, ho un figlio impossibile

di Osvaldo Poli

Edizioni San Paolo

Dal sito dell’editore:

Non ubbidiscono a prescindere, sono polemici e litigiosi, oppositivi, mai disposti a chiedere scusa, vendicativi, pronti a manipolare e prevaricare gli altri, insoff erenti di fronte a qualsiasi limite.

Per chi ha la fortuna di avere fi gli docili, è diffi cile immaginare cosa signifi ca convivere con un fi glio con un temperamento così estremo. In un’analisi serrata dei problemi quotidiani, aiutando mamme e papà a sgombrare il campo da inutili sensi di colpa e dalla condanna del “determinismo educativo”, l’autore offre un percorso per rivedere il proprio modo di essere genitori, e accompagnare questi fi gli sulla strada dell’autoconsapevolezza e della responsabilità.

«Si può essere sereni anche nel dolore, poiché la serenità non dipende dagli esiti (quelli dipendono dal fi glio), ma dal proprio dovere compiuto fi no in fondo. Invece che corrergli dietro, ci si dispone ad attenderlo. Nella speranza sempre viva che le circostanze della vita lo aiutino a capire ciò che non ha voluto apprendere. C’è molto amore nell’attesa».

Recensione


“Ogni genitore possiede una sua tavolozza di colori con cui dipinge il ritratto del proprio figlio, intuendo cosa lo muova, cosa desideri, cosa lo faccia sta male e perché.”

 

 

 

Così scrive Osvaldo Poli nella prefazione di questo ricco e interessante libro.

Mentre lo leggevo, mentre l’autore descriveva comportamenti egoistici e anche aggressivi di alcuni figli – bambini, ragazzi, adolescenti – io continuavo a vedere una carrellata di personaggi adulti con gli stessi modi di fare: arroganza, presunzione, svalutazione continua degli altri, etc… Del resto da qualche parte questi adulti sono arrivati, sono stati giovani anche loro, suppongo.

Ho quindi letto il libro da diversi punti di vista contemporaneamente: come persona che ha avuto a che fare gente così poco simpatica, come madre fortunata di una bambina brava – sperando che il nascituro lo sia altrettanto, ma come dice Poli è solo questione di fortuna – , come lettrice interessata e affascinata da questi argomenti.

Cercherò quindi di condensarli in un unico pensiero.

Ci sono alcuni aspetti che mi hanno colpita molto.

Innanzitutto il discorso sul determinismo educativo:

attribuire sistematicamente la responsabilità delle loro condotte ai propri errori educativi. La cultura educativa attuale è implacabile nel ricercare un nesso di causa ed effetto fra la capacità di cura materna e i comportamenti negativi o problematici dei figli

Poli però prosegue spiegando che non è così: i genitori hanno una certa responsabilità, con i loro atteggiamenti e metodi educativi possono facilitare o ostacolare l’emergere di alcune caratteristiche, ma la scelta ultima, più profonda e importante è quella del figlio. Non riconoscere questo aspetto ingenera una serie di considerazioni deleterie: fa nascere il senso di colpa e di responsabilità esagerata nel genitore, lo fa sentire incapace e definisce il figlio come robot, come persona senza personalità. Oltre a sollevarlo dalle sue proprie responsabilità.

Come genitori bisogna prendere atto del fatto che si possano dare indicazioni, insegnamenti, spiegazioni, valori, ma che poi a scegliere quale fare propri, come comportarsi e che persona diventare, è il figlio stesso a sceglierlo, che piaccia o no.

Se il comportamento del figlio dipende esclusivamente dalla capacità educativa del genitore, è inevitabile che gli errori del figlio vengano vissuti come il proprio fallimento. Ma non è così: il figlio esiste, pensa, sente, immagina, decide di sé a prescindere dagli sforzi educativi degli educatori.

Si possono adottare strategie, ma questo sono: strategie. A volte veri e propri tentativi di sopravvivenza. Come si può reagire davanti a un figlio che minaccia il suicidio per un divieto di uscita? Ci vuole sangue freddo per non cedere. O essere esasperati.

C’è un altro aspetto delicato, che difficilmente si affronta e ancora meno si ammette: a volte i nostri stessi figli non ci sono simpatici, non ci piacciono.

Il brutto carattere è una constatazione elementare, ma difficile da ammettere. È necessario superare resistenze emotive quali: sarò una cattiva madre se penso male di mio figlio?

[…]

In realtà bisogna amare maggiormente la verità del proprio figlio, e la verità è che a volte si ha a che fare con ragazzi con cui non è facile né piacevole convivere.

[…]

Questi sentimenti di repulsione, quasi impensabili in un genitore, contrastano con l’amorevolezza che desidererebbe provare, ma che di fatto non sente.

Come si può ammettere di non amare incondizionatamente il proprio figlio? Non ci hanno forse insegnato che i figli sono sempre perfetti agli occhi dei genitori? Che non hanno difetti? Che vanno bene, comunque e sempre, così come sono?

Quanto a sentirsi in colpa per non provare il desiderio di stare con lui, o imporsi di trovarlo gradevole, meglio evitare. Siamo tenuti ad aiutarlo a migliorarsi, non a trovarlo migliore di quanto sia.

Ammetterlo è liberatorio. Sgrava da sensi di colpa.

Poli poi passa in rassegna alcuni comportamenti e tipologie di caratteri difficili. Fa impressione vedere come alcuni ragazzi riescano a tenere in pugno i genitori, a essere dei veri e propri piccoli tiranni in casa. E come, mettendosi nei panni dell’altro, non si riesca a vedere via d’uscita. Come ripete spesso l’autore: non è questione di essere migliori o peggiori genitori, è solo questione di fortuna. Alcuni figli sono più difficili di altri.

Chi si ritrova ad avere un figlio docile e ragionevole può avere la tentazione di sentirsi bravo o migliore di altri. Meglio che se la faccia passare.

Dà anche qualche indicazione su come comportarsi, alcune di ordine pratico, ma soprattutto indica la strada per lasciare andare questo onnipresente e controproducente senso di colpa. Un genitore può indicare la strada al figlio, ma sarà il figlio a scegliere se percorrerla o no.

Dobbiamo farcene una ragione e questo, forse, è il passo più difficile e decisivo.

Daniela

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