Blogtour – La vendetta di Oreste di Giovanni Ricciardi (Fazi)

Buongiorno e benvenuti!

Oggi abbiamo il piacere di dare il via a questo blogtour dedicato a La vendetta di Oreste di Giovanni Ricciardi, edito da Fazi, in uscita l’11 luglio.

Con noi ci sono:

9 luglio: Penna d’oro con 5 motivi per leggere il romanzo

10 luglio: Bottega dei libri con la loro recensione in anteprima

15 luglio: Thrillernord ci parlerà dei personaggi

16 luglio: La bottega del giallo chiuderà il tour con l’intervista all’autore.

Veniamo alla presentazione del libro, questa la trama.

Il vecchio Oreste ha un segreto. Poco prima di morire, costretto in un letto d’ospedale, chiede di poter parlare con un amico di famiglia, il commissario Ponzetti. Ma è troppo tardi, e così l’uomo porta via con sé un’oscura verità. Dieci anni dopo, Marco, il figlio di Oreste, invita Ponzetti nell’appartamento dei suoi genitori per mostrargli gli oggetti che ha rinvenuto in una cassaforte e di cui nessuno era al corrente: una pistola risalente alla seconda guerra mondiale e una lettera indirizzata a un misterioso Ulisse da parte di una donna. La scoperta, insieme ad altri dettagli, getta un’ombra sul passato di Oreste, esule istriano giunto a Roma nel 1954, in fuga dalle terre passate alla Jugoslavia all’indomani della guerra e da un clima di intimidazione e violenza.
Da qui parte l’indagine non ufficiale di Ponzetti, che si svolgerà tra Roma, Trieste e la Slovenia, intorno all’enigmatica storia di Oreste: un caso in cui, come sempre, vengono coinvolti il fidato ispettore Iannotta e i familiari del commissario. Una storia che porterà tutti a confrontarsi con il dramma, a lungo taciuto, dell’esodo istriano e dei profughi giuliano-dalmati.
In un giallo denso di indizi e interrogativi da sciogliere, a metà tra l’indagine poliziesca e la ricostruzione storica, Ottavio Ponzetti darà finalmente voce al destino taciuto di un uomo, vittima di una tragedia collettiva, che per tutta la vita è rimasto legato a un passato lontano che lo ha persino privato del diritto alla memoria.

Riportiamo alcuni autorevoli pareri sul libro:

«C’è una Roma per turisti e c’è la Roma che vive, quella vera. Il modo migliore per capirla è seguire il commissario Ponzetti nelle sue passeggiate del corpo e dello spirito».
Marco Malvaldi

«Vien voglia di stringere la mano a Giovanni Ricciardi, e ringraziarlo per aver dato volto e fisionomia a un personaggio così».
Marco Lodoli

«Roma sta a Ponzetti come Parigi a Maigret e New York a Nero Wolfe. Dopo la Sicilia di Montalbano, anche Roma ha trovato il suo eroe».
Antonia Arslan

Ed ecco a voi un estratto:

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.

Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.

Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.

A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si rese conto che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.

Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.

Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era stata sempre lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli.

Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra e, se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata».

Poi ricordò che sua moglie aveva un cellulare. Glielo aveva regalato il figlio per le emergenze, ma era raro che i due lo usassero, chiusi nel circolo del tran tran quotidiano: il mercato, i negozi, l’isolato, la chiesa, il caffè della domenica.

Oreste accese la luce del soggiorno, inforcò gli occhiali per leggere meglio quel numero annotato su un foglio e dimenticato in un cassetto. Lo compose: dava libero ma squillava a vuoto, poi scattava la segreteria. Provò ancora, più e più volte: non sapeva che il telefono di Nina vibrava inascoltato sul comodino della camera da letto, dietro la porta chiusa. Se ne accorse solo quando l’apparecchio cadde sul pavimento e si ruppe per sempre.

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