Diario (quasi segreto) di un prof – di Marco Pappalardo

Diario (quasi segreto) di un prof

di Marco Pappalardo

Edizioni San Paolo

Dal sito dell’editore

Un prof. Un sogno. Una scatola bianca. Gli studenti, la passione educativa, un diario personale, tanto divertimento. Questi, se ben dosati come in una pozione, possono essere gli ingredienti per fare di un anno scolastico un tempo speciale, persino magico e creativo. Nel pentolone si mescolano sapientemente la vita del prof. e quella degli studenti, il desiderio di far toccare il cielo con un dito attraverso l’affezione allo studio e la fatica quotidiana dello stare sui libri, la consapevolezza di svolgere una delle professioni più belle al mondo e la difficoltà di entrare nel vissuto degli adolescenti. Il tutto con più di un pizzico di Letteratura di ieri e di oggi insieme a una goccia di cinematografia.

Recensione

La settimana scorsa avevo detto che stavo leggendo contemporaneamente due libri sulla scuola: questo è il secondo.

Diario (quasi segreto) di un prof è la storia di un amore difficile tra un professore di Italiano, Greco e Latino e l’insegnamento.

L’autore ci racconta la difficoltà di coinvolgere gli studenti, la fatica quotidiana di insegnare loro qualcosa, che non siano solo nozioni, ma, magari, qualcosa sulla vita, su come affrontarla, su come è. E la soddisfazione, di quelle che ti aprono il cuore, quando vedi i semi che hai faticosamente piantato e innaffiato, germogliare e crescere, quando vedi in che cosa si sono trasformati. Quando alcuni dei tuoi studenti tornano per dirti ‘grazie‘.

Pappalardo indora un po’ la pillola, ci dice delle difficoltà e della fatica quotidiane, ma preferisce (e lo capisco!) soffermarsi sulle cose belle. E allora seguiamolo in questo suo percorso, ché di ricordi brutti delle superiori siamo pieni tutti.

Non si nasconde il prof: ammette i suoi errori. Sa di aver fatto del suo meglio, ma che non sempre è bastato. O che gli studenti avevano bisogno di altro. E ammette anche di non essere sempre riuscito e mettere lo studente al centro. Però ci ha provato, e questo è tantissimo. Ha cercato di non dare risposte ovvie, ma di capire che cosa chiedessero veramente. Li ha portati in gita, li ha presi in giro promettendo loro una sorpresa e facendo invece un compito in classe a sorpresa. Li ha difesi con quei professori secondo cui insegnare vuol dire riempire la testa di nozioni, non educare (ex ducere, portare alla luce le proprie capacità), prepararli al mondo che li attende. Ha cercato di capirli veramente, senza mai perdere di vista il proprio ruolo. C’è riuscito? Non lo so. Quello che so è che lui si è dato la possibilità di arricchirsi. Li ha ascoltati e ha scoperto qualcosa in più su stesso. E questo mi fa pensare che sia stato un buon prof, poi, oh, Latino e Greco sono ostici, mica facile!

Il libro non segue nessun ordine, è una raccolta di ricordi e pensieri, alcuni del prof, altri dei suoi studenti o di altri prof. Raccontato con leggerezza e un po’ di ironia.

Non mancano le citazioni, per riportarci un po’ sui banchi di scuola.

E allora, concludo con le parole di Leopardi, che io ho amato grazie al mio professore di italiano:

Nella speranza il bene lontano è sempre maggiore del vicino. (…)
È meglio del piacere, contenendo quell’indefinito, che la realtà

non può contenere. (…) La speranza di un piccolo bene, è un pia-
cere assolutamente maggiore del possesso di un bene grande già

provato. (…) Chi nulla spera, non sente, e non compatisce.

Daniela

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