Elena di Sparta – di Loreta Minutilli (Baldini+Castoldi)

 

Elena di Sparta

Loreta Minutilli

Baldini+Castoldi

Dal sito dell’editore

Se la bellezza era davvero potere, perché non potevo far nulla senza consultare qualcuno che fosse sopra di me? Non riuscii tuttavia a maledire la mia bellezza. Non lo feci mai. Mi piaceva essere bella e non mi biasimo per questo. Qualsiasi ragazza al mondo, allora come oggi, avrebbe venduto la propria anima pur di essere me»

Elena di Sparta, la più bella del mondo, rivendica il diritto di tutte le donne di esprimersi non rimanendo imprigionate nel proprio corpo.

Quando, dopo dieci anni e dopo il famoso assedio di Troia da parte dei Greci, Elena viene riportata in patria, Menelao ha solo una domanda da farle: perché? Perché ha deciso di scatenare una guerra?
La risposta di Elena è semplice. Le sembrava l’unico modo per dimostrare a tutti l’esistenza di Elena di Sparta, l’unico modo che aveva di essere ascoltata.
«Racconta, allora», le dice Menelao.
Ed Elena comincia a raccontare.
Fin da piccola l’idea di essere considerata una dea le era parso qualcosa di grandioso, presto quella pura illusione si infrange. Teseo la rapisce e la stupra, quando Castore e Polluce, suoi fratelli, vanno a riprendersela viene data in sposa a Menelao e diventa la regina di Sparta. Ma Elena non si accontenta e decide di fuggire con Paride verso Troia, città in cui le donne contano quanto gli uomini, in cui possono scegliersi i mariti. Presto però si rende conto che anche lì il suo parere non è richiesto.
Elena racconta non per ammettere colpe né per giustificarsi. Non vuole essere compresa o perdonata, lo fa perché la sua storia, quella di una donna prigioniera del proprio corpo o identificata con esso agli occhi degli uomini, possa infine uscire dalle sue viscere e trovare pace.

Recensione

Conosciamo tutti Elena, la donna più bella dell’Antica Grecia, colei che scatenò la guerra tra Troia e Sparta.

Bella e vuota. Sposata con Menelao, fratello minore e di minor spessore di Agamennone, re di Micene, lo lascia per mettersi con Paride, figlio di Priamo di Troia. Paride il bello, ma stupido. Vuoto anche lui. Ricordato più per aver sottratto Elena a Menelao, che per aver ucciso Achille. Paride, stupido e vanesio ancora più di Elena.

Elena ha un ruolo marginale: passa da un letto a un altro e a causa scoppia una guerra che dura dieci anni e che distrugge centinaia, migliaia di vite.

Così me li ricordo, e forse non solo la sola. E invece…

Merita Elena di essere studiata e considerata? Sì, la sua storia merita di essere raccontata, come lei hai vissuto e che cosa l’ha spinta ad agire in quel modo.

È ciò che fa Loreta Minutilli: ci racconta una sua versione di come avrebbe potuto essere la sua vita. Ce la presenta come una persona. Una bambina, all’inizio, a cui è stato insegnato soltanto a prendersi cura del proprio corpo.

Mai avrei pensato, nel giudicare una donna o una bambina, che altre qualità in lei potessero essere importanti, oltre alla forma del suo mento e alla larghezza della sua fronte. D’altra parte, nessuno aveva mai dato mostra di trovarne altre in me a parte quelle che concernevano il mio aspetto fisico.

È talmente bella Elena che, ancora bambina, viene rapita e stuprata da Teseo. Per quanto drammatico e traumatizzante, sarà l’evento che le cambierà la vita. Conoscerà Etra, la madre di Teseo, che con modi rozzi e diretti, le insegnerà a pensare, a riconoscere le persone, a capirne la personalità.

Mi spiegò prima di tutto che la bellezza non è solo qualcosa che si ha e basta. È un filo prezioso che deve essere usato per teste lentamente meravigliosi lenzuoli su un telaio. Allora ha davvero un senso.

[…]

L’unica gioia può arrivarti dal potere. E per avere potere devi imparare a essere bella nel modo giusto.

Elena impara così a sfruttare la propria bellezza per cercare il suo posto in un mondo di uomini. Silente osserva il mondo e le persone. Senza parlare, impara a conoscere e riconoscere le sfumature. Si guarda intorno con occhi diversi e si accorge che essere donna è un limite. Gli uomini hanno molte più possibilità, libertà, che a lei sono precluse.

Con la sorella, Clitennestra, ha un rapporto ambiguo: non sono affettuose l’una con l’altra, eppure inizia a riconoscerne la forza e il valore, la caparbietà e la determinazione, anche se non condivide il suo entusiasmo per il matrimonio.

Alla fine Elena sceglie di sposare Menelao: non è arguto, ma nemmeno stupido, è abbastanza bello e  arrossisce nel guardarla. Tanto le basta per sceglierlo come sposo, opportunità rara per una donna quella di scegliere il proprio consorte.

Con lui può parlare, un po’ l’ascolta. Tramite lui conosce Sparta e gli spartani. Lui le racconta ciò che succede a corte e in città. Però lei non è ancora soddisfatta. Sa di essere vista e guardata come donna, ma non si sente vista come persona. Nessuno che le chieda di parlare, di raccontarsi.

Non lo hanno mai fatto, nemmeno dopo lo stupro di Teseo. E lei non vorrebbe altro se non questo: che qualcuno le chiedesse di raccontare.

Ha così tanto da dire. Ha mille pensieri, infinite osservazioni e ragionamenti e conclusioni, magari non sempre corretti, ma se solo qualcuno glielo chiedesse!

Con Menelao va bene, ma poi arriva Paride, rozzo, non fine, senza modi, e le propone di andare con lui a Troia. Cerca di convincerla parlandole di sete e gioielli, nulla che interessi veramente Elena; ciò che la colpisce sono frasi dette sbadatamente, sul fatto che le donne, là, vengano trattate al pari degli uomini. Ed Elena parte. La guerra è già decisa, lei accetta di esserne semplicemente la causa scatenante, quella ufficiale.

Però a Sparta non è idilliaco come credeva e lei, di nuovo, è in gabbia. La sua condizione di donna le impedisce di essere libera. Il suo aver tradito il proprio popolo la rende impopolare ai più. Non è stimata, non è considerata, non è accolta. Priamo preferisce pagare delle spie piuttosto che domandare a lei qualcosa delle persone con cui lei è cresciuta, di quegli Achei che li conosce nel profondo. E lei avrebbe risparmiato buona parte degli “infiniti lutti” sia in campo acheo sia in campo troiano. Se soltanto le avessero chiesto un parere, l’avessero ascoltata, considerata.

La vita di Elena è un tentativo continuo di trovare se stessa nel riconoscimento altrui. Vuole essere vista, ma soprattutto ascoltata. Nessuno lo fa e lei non sa chiederlo. Del resto è donna: a chi mai interesserebbe quello che ha da dire?

Questo libro è arrivato tra i 9 finalisti del Premio Calvino nel 2018 e, leggendolo, non ci sono dubbi sul fatto che lo abbia meritato.

Mi è piaciuto molto per come descrive Elena, come una donna, come una di noi. Una che cerca la propria strada, il modo giusto di stare al mondo, che sfrutta le proprie doti per farsi notare e ottenere ciò che vuole; una donna che lotta in un mondo di uomini, che avrebbe tanto da dire e da dare, ma a cui sono precluse le “stanze del potere” per il suo genere. Un libro che ci racconta anche gli altri protagonisti come persone normali, con le loro paure, debolezze, vizi. Uomini stupidi, uomini coraggiosi, scaltri, belli e brutti, uomini che si imbarazzano davanti a una donna, che non sanno come comportarsi, e altri che prendono ciò che vogliono, senza chiedere. Abbiamo imparato a conoscerli tramite gli occhi di Omero, l’autrice prova a darcene una versione un po’ diversa, più umana, meno eroica.

“Ho visto uomini piccoli ammazzare. Piccoli, goffi, disperati e nudi.” R. Vecchioni

Tra tutti ho amato Menelao. Per come lo presenta la Minutilli. Un uomo del suo tempo, certo, un re, eppure dolce e comprensivo a modo suo. Che cerca, seppur non sapendo come, di far felice la moglie. Un uomo abbandonato, tradito, distrutto. L’unico che veda Elena per quello che è e che abbia il coraggio e la forza di dirle quella parola tanto agognata: racconta.

Daniela

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