Il sapore delle parole inaspettate – di Giulia Zorat (IoScrittore)

Il sapore delle parole inaspettate

Di Giulia Zorat

loScrittore edizioni

Vita morte e miracoli a Parigi” è l’intestazione della strana rubrica che François LeFevre cura, suo malgrado, per un giornale parigino. È una rubrichetta marginale che dovrebbe occuparsi di nascite e morti, nonché di bizzarre o particolari richieste da parte dei lettori. Certo niente a che vedere con  la cronaca nera o la politica  per un giornalista. Infatti  non risulta particolarmente esaltante per colui che se ne occupa costrettovi dal nuovo editore, ma sarà il fulcro da cui la sua esistenza in qualche modo potrà cambiare.

In una Parigi quasi marginale, quotidiana, lontana dalla folla e dai turisti del centro, tra vie defilate ed eccentrici personaggi, François è l’ultimo dei protagonisti a comparire nella narrazione che invece fa raccontare in prima persona le esistenze di Enea, un bimbo decenne figlio di Irene, una giovane donna italiana arrivata in Francia sola e incinta a cercare un nuovo futuro. Poi ci sono Josephine e Jacques i due anziani coniugi, vicini di casa, che hanno accolto la ragazza dieci anni prima, e la loro vita insieme rivelata attraverso le lettere che lui scrive alla moglie appena morta. 

“Per il mio settimo compleanno, Batman mi ha regalato il mio primo puzzle coi pezzi piccoli. Nel corso degli anni l’ho rifatto decin di volte, finché la settimana scorsa ho perso un pezzo.  L’ho cercato ovunque, non potevo credere di averlo perso. Non ero disposto a rassegnarmi così, allora ho preso un pezzo da un’altra scatola. La forma era simile, ma per quanto insistessi, non c’era verso di farlo combaciare. In quel momento, ho capito cosa prova Batman adesso che LEI se ne è andata.”

Batman è il soprannome che Enea ha trovato per il vecchio Jacques, quando ha cominciato a perdere la vista e diceva che per orientarsi avrebbe fatto come i pipistrelli: seguendo i suoni. Enea è un bambino riflessivo, molto più “grande”  della sua tenera età, ci parla di lui attraverso il diario che riempie delle sue idee sul mondo, sulla vita, sulle persone. Cresciuto senza un padre, ha mitizzato questa figura assente e ha trovato nel novantenne Batman il suo migliore amico. Irene vive per quel piccolo tesoro che lei ha voluto far venire al mondo lontano dalla sua famiglia di origine: dalla madre assente e dal suo compagno scostante e violento.

Le loro vite si incroceranno per una concomitanza di eventi, per caso o per quelle inusitate svolte che ogni tanto la vita prende. E  proprio attraverso le parole. Parole scritte su uno strano annuncio, frasi nascoste all’interno dei dolcetti della pasticceria di cui Josephine lascia ad Irene la gestione, struggenti lettere cariche di nostalgie che Jacques scrive per la adorata moglie.

“Nasciamo informi come globi di potenza. Nel corso degli anni, la vita ci leviga pazientemente e a ogni esperienza ci sgrezza un po’. Ogni sorriso e ogni delusione ci modellano anima e corpo per renderci quello che siamo: pezzi unici di un puzzle, che errano per il globo in cerca degli altri tasselli. Ci trasciniamo con i nostri spigoli, zone vuote e piene, passando l’esistenza a cercare di farli combaciare con quelli di qualcun altro.”

Giulia Zorat costruisce un delizioso quanto poetico intreccio di esperienze  umane. Sullo sfondo di una Parigi vissuta più che decantata, descrive sentimenti e paure, amicizie e affetti. Cambiamenti nel fisico e nello spirito dei protagonisti. Una scrittura fresca , un tratto delicato, sospeso, animano le pagine del libro facendone apprezzare le risonanze, le sfumature e gli accenti minimali che animano gli accadimenti.

È, in fondo, una storia d’amore, o meglio: di amori, in cui anche la morte non ha risvolti tragici ma diviene parte di un naturale reticolo con la vita.

Le atmosfere riportano un po’ alle suggestioni letterarie e cinematografiche lievemente surreali, dal sapore di quel sentire  proprio di una certa cultura francese, dal retrogusto scanzonato e sereno, capace di lasciare un sorriso ed un senso di appagamento alla fine della lettura.

“Fuori cominciava a calare la notte e subito mi venne da chiedermi se anche noi, fedeli al nostro spartito, seduti tra le fila della grande orchestra umana, stessimo suonando quella sinfonia” rozza e un po’ sgraziata, che altro non era se non il rumore della città di notte.

Cristina M. D. Belloni

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