“La Casa degli Sguardi” di Daniele Mencarelli (Mondadori)

La Casa degli Sguardi
La Casa degli Sguardi

 

Chiedo sempre alle case editrici di aggiornarmi sui romanzi degli autori italiani. Da quando ho iniziato a recensire sul nostro blog mi è sembrato giusto dare risalto a opere meritevoli, soprattutto di scrittori nostrani. Difficilmente la scelta mi ha deluso. Anche in questo caso, infatti, il romanzo di Daniele Mencarelli offre uno sguardo realistico e suggestivo degli anni che stiamo vivendo. Con tutto ciò che ne consegue.

In questo romanzo autobiografico, spietato e sincero, la cui bellissima copertina già suggerisce molto, Daniele è un giovane dalla spiccata sensibilità, un poeta, che ha difficoltà a rapportarsi agli altri. Vive un esilio volontario, ubriacandosi fino allo stordimento per sopravvivere alla crisi interiore che lo tormenta.

A casa i genitori lo guardano impotenti mentre si distrugge, spronandolo a trovare una via d’uscita, a cercare un lavoro che gli dia la forza di rimettersi in piedi. E la salvezza arriva quando telefona a un amico, poeta come lui, che gli procura un impiego in una cooperativa all’ospedale pediatrico. Nonostante la grande preoccupazione dei suoi, che temono una ricaduta devastante e definitiva davanti a situazioni tragiche, come quelle che si trovano in un reparto di piccoli malati, Daniele prende molto sul serio il nuovo impegno e paradossalmente sarà grazie a questo viaggio nel dolore più profondo che Daniele si potrà rendere conto della potenza salvifica dell’amore. E comprenderà che i ricordi costituiscono l’essenza della nostra vita, non l’oblio che tanto lui perseguiva nell’alcool.

Ho particolarmente apprezzato i dialoghi, vivaci e coloriti, in un romanesco verace che ravvivano la narrazione e sorprendono il lettore. Una rara sensibilità racconta in modo sapiente la realtà più cruda traendone un insegnamento affatto scontato.

Un Estratto:

Non è un risveglio. È un sussulto. Ogni mattina mi ritrovo dritto sul letto, con l’affanno in gola, il cuore accelerato, il corpo preso da un tremore continuo, un delirio di movimenti. “Non ricordo nulla.” È la frase che mi ripeto tutte le mattine. “Non ricordare nulla.” È il mio obiettivo della sera. Mi alzo a scatti, un automa senza coordinazione né coordinate, ho i pantaloni pieni di piscio, scanso col piede il pitale che mia madre mette accanto al letto, è vuoto, come sempre. Sono le sei di mattina, respiro come appena riemerso da un oceano nero, senza suoni né sogni. Lei sta lì, addormentata sui tre gradini che portano alla mia stanza. Come si possa dormire su tre gradini lo sa solo la disperazione. Mia madre è una rabdomante sfortunata, la sua acqua sono tre figli da custodire, ma uno, l’ultimo, le è uscito con una malattia invisibile all’altezza del cervello, o del cuore, o di tutto il sangue che gli circola nel corpo. Mia madre si tira su che smania dal dolore, ha un braccio addormentato, la postura di una contorsionista a fine spettacolo, mi guarda come sperando qualcosa, una novità che non s’avvera.

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