L’alba è un massacro, signor Krak – di Thomas Tsalapatis (XY.it)

L’alba è un massacro, signor Krak

di Thomas Tsalaptis

XY.it

Dal sito dell’editore

In che modo cambierebbe la nostra vita se ci svegliassimo con un chiodo sulla fronte? Un chiodo vero. Un chiodo spuntato lì, dove forse temiamo a presenza di una piega sulla pelle che ci ricordi la nostra età.E come reagiremmo se nel frigorifero trovassimo la testa congelata di un Maori?
Avremmo forse un senso di frustrazione? Di spaesamento? O di terrore? Il signor Krak, il protagonista di questi sorprendenti e surreali racconti, colto dalla malinconia, reagisce montando su un barile di aringhe per osservare il cielo. E lascia che qualcuno appenda un quadro a quel chiodo.
Cosa resterà di tutto questo?
Forse niente. O forse, quando il signor Krak diventerà piccolo piccolo, non resterà altro che una ruga sotto il tavolo.

Recensione

Brevi, brevissimi racconti assurdi. E poesie, altrettanto assurde.

Spesso il protagonista è il signor Krak, a volte i protagonisti sono altri.

Nel susseguirsi delle pagine, scopriamo un cosmo indefinito, immerso in un presente indefinito, avvolto in un sentimento dell’assurdo che nasce dalla simbiosi tra ironia e narcosi dell’essere umano contemporaneo, quando l’«esterno invade l’interno» e rende ognuno di noi trasparente all’occhio dell’altro. (dalla prefazione di Viviana Sebastio che è anche traduttrice dell’opera)

Il libro è una serie di immagini surreali, eppure facilmente comprensibili, sembrerebbe quasi che quei mondi – non tutti – possano esistere realmente. In fondo che cosa c’è di strano se ti cresce un chiodo in mezzo alla fronte e se gli scienziati reagiscono appendendoci un quadro? Mi sembra piuttosto logica come soluzione. Oppure il signor Krak che ingrassa di giorno, mette su una cinquantina di chili, e la notte li perde. Quello, lo dice l’autore, è stato un brutto periodo per il signor Krak. Ma anche qui, in fondo, tutti ingrassiamo di giorno e dimagriamo un po’ di notte, è abbastanza comprensibile come meccanismo, no?

È questo che mi ha colpito del libro: il fatto che siano mondi e situazioni totalmente assurdi, ma in qualche modo riconducibili a esperienze quotidiane. Una strana sensazione di fastidio, curiosità, déjà vu, assurdità e comprensione al tempo stesso.

Bevemmo acqua calda per tutta l’estate. Passeggiavo con lei lungo la strada dagli alberi cimosi e, mentre si discuteva del più e del meno, davamo la caccia alle ombre. Quelle catturate, le mettevamo in un cestino di paglia. E ogni notte, prima di tornare a casa, le contavamo, le cucivamo tra loro e creavamo un’oscurità con cui ricoprivamo la nostra auto parcheggiata.

L’impressione che siano mondi inventati, irreali, ma con punti di contatto col nostro. Assurdi sì, ma non sempre così impossibili. Ed è un po’ disturbante, lo ammetto, pensare che potrebbe esistere veramente il passatempo di far saltare i ponti. Però in Romania, eh, mica qua da noi. E mi raccomando, non ci andare in agosto ché spesso i ponti sono chiusi e fareste un viaggio a vuoto.

E poi, invece, in alcuni racconti ci vorresti essere. O perlomeno io avrei voluto essere con loro durante il rapimento di Jacques Prévert. Non fraintendetemi: ovviamente sono contro il rapimento e so bene che Prévert è morto da quel dì, ma visto che siamo nell’assurdo, perché non posso partecipare anch’io e incontrare un grandissimo poeta?

Era una bella notte,

con poche nuvole e tanta pioggia.

Era una bella notte,

con poca quiete e tanto silenzio.

Era la notte in cui rapimmo Jacques Prévert.

A me riporta tantissimo i primi versi di “Rappelle  toi Barbara”

Rappelle-toi Barbara
Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là
Et tu marchais souriante
Epanouie ravie ruisselante
Sous la pluie

E poi ti ritrovi delle righe che in realtà richiamano esattamente la realtà, in un contesto, ovviamente, assurdo.

Sotto Atene c’è un bar. Qui sono seppelliti quelli che sono caduti. Non i diseredati, né gli uomini rimasti ai margini, tantomeno gli esclusi. Qui siedono gli uomini dal trionfo vano, coloro che promisero senza costi, le genialità vanificate, ma siedono anche quanti riconoscono la vanità che consenso e riconoscimenti nascondono. Qui trovi gli uomini che non parlarono quando avrebbero dovuto e quelli che indietreggiarono davanti a una vittoria certa.

Questo passaggio mi è piaciuto tantissimo. Non esiste un bar sotto Atene, ma quello che segue sì, siamo noi. Promesse facili, la ricerca spasmodica di riconoscimenti, che poi non ci danno niente, se non una soddisfazione momentanea. Nulla che resti. La contrapposizione tra questo bar, dove tutto è transitorio, e la grandezza che richiama la città di Atene, per me è evidente. La transitorietà dell’uomo e delle sue preoccupazioni, mentre altri tipi di grandezza possono restare ed essere viste e visibile anche da altri.

Per poi concludere con la conquista per noia della Danimarca.

Vi lascio alcuni versi, che a me, insieme anche al resto della poesia, hanno trasmesso un gran senso di vuoto, tristezza e, purtroppo, ineluttabilità. Perché mi sembra che sia questa la direzione verso cui ci stiamo muovendo:

«Ma ne ho abbastanza. Afferra questa scure, tienila ben salda

dall’impugnatura.

Afferrala e andiamo a tagliare

alberi antichi».

Daniela

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