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“Lessico famigliare” – Natalia Ginzburg (Einaudi)

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“Lessico famigliare”, Natalia Ginzburg

Nel 1963 usciva per Einaudi “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, Premio Strega nello stesso anno. Ne ho riesumato dalla biblioteca regionale una edizione del 1997 uscita con Famiglia Cristiana perché ho seguito un gruppo di lettura su Facebook, La chiave di lettura, che l’ha scelto come lettura condivisa di aprile. Chissà in quanti hanno questa stessa copia in casa?

In un’ordine cronologico che appare casuale, veniamo condotti attraverso le stanze della memoria di Natalia Levi Ginsburg. Le donne e gli uomini della sua famiglia sono dipinti con poche pennellate molto precise e rappresentate soprattutto dal gergo usato in casa, inflessioni dialettali e frasi ricorsive.

“(…) i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”

Il racconto inizia nel primo dopoguerra (la Ginzburg è nata nel 1916) e finisce, grossomodo, nel secondo Dopoguerra.

Punti di debolezza

Quando mi sono aggregata alla lettura di “Lessico famigliare” avevo appena terminato un’altra autobiografia – per di più ambientata pure lei nell’Italia del primo Novecento – e per buona parte del libro ho fatto un po’ di fatica. Diciamo pure che mi sono annoiata.

Se si legge “Lessico famigliare” bisogna essere pronti all’idea di non avere tra le mani un romanzo: è assente un intreccio vero e proprio, non ci sono i canonici punti di rottura, climax e così via. Ogni tanto un personaggio muore e si spende qualche parola, ma per la sparizione brutale del primo marito non abbiamo un minimo di introspezione psicologica.

Affidandoci a “Lessico famigliare” dobbiamo far conto di trovarci alla deriva su un pedalò senza remi, con la maretta provocata dallo sbraitare continuo del padre (un’ansia, questo padre). Quando lui non urla per un motivo o per un altro, siamo cullati dagli andirivieni temporali, dai modi di dire e dagli aneddoti a volte divertenti. La narrazione si svolge per lo più in flusso di coscienza – anche se senza grosse sperimentazioni, bisogna dire, quindi ben fruibile.

Qualcuno arriverà pure, a salvarci, pensiamo noi sul pedalò alla deriva.

“La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra.”

Però, però, però…

In effetti, qualcuno arriva. Nella seconda metà del libro succede qualcosa. Non so se sia davvero il ritmo a cambiare, o magari è semplicemente il grado di consapevolezza dell’autrice a migliorare. Fatto sta che da un certo punto in poi, improvvisamente il libro si è fatto più interessante, per me.

Sarà che ho piano piano iniziato a focalizzare che la Drusilla Tanzi, sua zia materna citata appena, è stata la “Mosca” del Montale; che Natalia Ginzburg è stata cognata di Adriano Olivetti (che per casa aveva un ex-convento, per rendere l’idea della sua ricchezza); e che ha vissuto da vicino la fondazione della casa editrice Einaudi.

Sarà anche che a un certo punto fa delle considerazioni personali e per me inedite sullo scontroso Cesare Pavese, su cui spende parole in apparenza dure attribuendogli un suicidio “calcolato”; e che grazie al suo narrato ho avuto un’idea un po’ più precisa di quanto è accaduto in Italia a causa delle leggi razziali. Insomma, qualche lampadina mi si è accesa in testa e ho finalmente iniziato ad apprezzare il libro.

Infine ho trovato quattro facciate per me interessantissime (per essere precisi, da pagina 169 a 172) in cui ci sono delle considerazioni preziose sul tipo di manoscritti che arrivavano in casa editrice nell’immediato dopoguerra.

Questi aspetti sono valsi, per me, l’intera lettura.

Cristina Mosca

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