L’oro di Breno – di Ernesto Masina (Macchione)

L’oro di Breno
Ernesto Masina
Macchione Editore

Di Ernesto Masina avevamo già letto e recensito “L’orto fascista” (qui la recensione).

Masina ci porta anche questa volta in epoca fascista, poco prima della guerra e poi durante la guerra.

La storia ruota attorno all’oro di Breno, da cui il titolo. Un certo Nicola Albizzati, detto il Binda, fascista convinto, decide che nella sua zona sono troppo pochi quelli che hanno ceduto spontaneamente le fedi per rimpinguare le casse vuote dello Stato. Ragion per cui decide di andare lui stesso, porta a porta, a raccoglierle, con le buone o con le cattive. Poi con quell’oro andrà a Roma, a consegnarle al duce. Il tutto a cavallo della sua bicicletta.

In paese non è ben visto, per cui sono ben felici di toglierselo di torno per un po’ di tempo, con un’azione che a loro, politici e polizia, non costa nulla e che al massimo può mettere in buona luce il paese.

E così il Binda parte, fa ciò che si era ripromesso di fare, da buon fascista, torna e riparte. Ma sparisce. E il suo oro pure.

Ne seguiamo per un po’ le tracce, poi lo riperdiamo e lo ritroviamo.

Masina, come nel primo romanzo, mette in scene una serie di comportamenti umani tipici. L’oro perduto e ritrovato è solo la scusa per mostrare le debolezze umane, le tentazioni a cui cediamo, le manie, ambizioni, smanie, abitudini non proprio rigorose. E poco importa lo status sociale; anzi, a volta sembra che i colti si comportino peggio, proprio perché hanno a disposizione più strumenti per imbrogliare e confondere le acque.

E anche in questo romanzo, lo fa in maniera semplice e diretta, con un ironia sottile, sottesa al racconto.

Riteneva avere in missione, oltre che combattere i fascisti e i tedeschi, anche di convertire tutti alla sua ideologia.

E lo faceva in un modo tanto aggressivo e antipatico, da stare sulle palle a tutti i suoi interlocutori.

Il libro è di piacevole lettura. Rispetto al primo romanzo ci sono più personaggi, ognuno con una propria cifra. E non mancano tradimenti di ogni genere, dato che sono una delle caratteristiche dell’essere umano.

Quello che più apprezzo di Masina sono l’ironia sottile, il prendere in giro in maniera discreta e composta tutti, senza distinzioni di sorta, e il suo mettere in scena i vizi dell’essere umano. Questa volta, a differenza del primo romanzo, ci sono poche e pressoché ininfluenti azioni virtuose a controbilanciare quelle negative.

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