Mater dolcissima – di Roberta Palopoli (Emersioni)

Mater dolcissima

di Roberta Palopoli

Emersioni 

Dal sito dell’editore

Un forte legame tra sorelle, e un’assurda decisione che cambierà la vita a una delle due. Anna, Betta, Lorenzo e Marco sono i protagonisti di questo romanzo. L’assenza dell’amore e la crudeltà sentimentale di ognuno renderanno il futuro prigioniero di egoismi e insoddisfazioni. Nessuno saprà sfuggire agli eventi. Una storia familiare descritta nelle pieghe più intime, nei desideri, nelle bugie, nelle ipocrisie. Un romanzo che narra le abitudini, i moralismi, di una famiglia della borghesia romana. Sarà Anna la testimone principale di una vicenda con continui cambiamenti e inaspettati salti di scena, proprio come nella vita. La narrazione e lo stile sanno rendere asciutta anche la durezza umana.

Recensione

Un libro crudo. Spietato. Così mi viene da definirlo.

Un libro che mette in mostra aridità e ipocrisia umane, che le illumina e mette in mostra senza filtri, senza scusanti, attenuanti, senza ammorbidirle o renderle più accettabili.

Tutto inizia con una proposta di matrimonio: Lorenzo e Betta si vogliono sposare. Il padre di lei, Leo, acconsente, vedendo nel futuro genero un bravo ragazzo, che si dà da fare e che saprà rendere felice sua figlia.

Anna, sorella di Betta, cova invidia e rancore. Non le piace Lorenzo e non riesce a essere felice per Betta, nonostante le voglia bene. Al ricevimento di matrimonio la cosa che le preme di più è perdere la verginità. Non riesce a vedere niente di positivo nel cognato e non si capacità di come sua sorella lo possa amare.

Passa qualche mese: Lorenzo e Betta hanno un figlio, Marco. Poi Betta si ammala e strappa una promessa assurda al marito e alla sorella. Betta ama davvero Lorenzo, è l’amore della sua vita e lo vorrebbe felice. Lo ama come le hanno insegnato, all’interno del cliché della moglie devota.

Nemmeno la disperazione l’avrebbe fatta lamentare, non voleva che Lorenzo si preoccupasse. Una moglie deve saper avvolgere d’amore il marito; almeno questo Iris glielo aveva insegnato. Lo doveva far felice, accontentare come poteva. Lorenzo non merita va la sua ansia, sembrava perso quanto lei.

La sorella lascerebbe stare, non è necessario rispettare la promessa, in fondo Betta non c’è più, e invece Lorenzo vuole onorarla. Inizia per Anna e Lorenzo una vita assurda, senza amore. Lorenzo che ama solo la moglie morta, si dedica anima e corpo al lavoro. Si dimentica di avere un figlio.

Di Marco gli importava poco, quasi niente, era suo figlio, ma erano legati solo da Betta, senza di lei sentiva di non amarlo. Anna lo guardò con disprezzo. Perché mia sorella e non lui, stravaccato sulla poltrona mentre sua moglie muore. Lo avrebbe incenerito volentieri, senza motivo.

Anna cresce il nipote come se fosse lei la madre. Vivono in un mondo di ipocrisia, dove nessuno dice ciò che pensa o ciò che prova. Una gabbia invisibile da cui nessuno sembra consapevole di poter uscire. Le bugie chiamano altre bugie.

L’unica via di fuga pare essere il sesso. Il sesso come placebo, sesso occasionale o relazioni durature, adultere, portate avanti per lustri interi. Ma sempre senza sentimento.

Nessuno ama nessuno. Ci si sopporta a malapena.

Odio tutti e lo tengo dentro, che tra poco scoppio, me lo sento qui, all’altezza dello gola.

L’unica persona “sana”, che vede le cose per quello che sono, che si lascia abbagliare per un breve momento, per poi tornare a essere lucido, è un senza tetto, che però ha vissuto tanto e di cose ne ha viste, prima di finire per strada senza niente.

E io che ce credo pure, all’amicizia. Ce credo sempre. Che schifo. Lo schifo me fa sempre male ar core, come se me lo strizzasse, capito. Ma chi siete voi. Pensavo che i soldi facessero felici, ma me sembrate manichini, magnate composti, sorridete e dietro ce sta la melma, che te credi che non l’ho notato, non ve guardate, ve dite un sacco de bugie. […] Manco n’abbraccio, ve siete scambiati, manco tu figlio ve vole bene. No. Io a Natale a mi’ padre e a mi’ fratello n’abbraccio glielo davo, pure se non se permettevamo quattro portate e i cani pe’ regalo. Cazzo, la mia pasta al sugo era mejo che al ristorante e pote’ sopravvive a un altro anno ce pareva già na festa. Che schifo che fate. Falsi, pieni de soldi pe’ compravve pure l’amici. Ve li portate nella tomba sti soldi, eh? La tomba felice.

Roberta Palopoli ci racconta lo scorrere di vite senza senso, senza scopo, se non l’inseguimento di piaceri effimeri, come il sesso, il benessere economico o una posizione sociale. Per raggiungere gli obiettivi i protagonisti sacrificano tutto il resto, oppure, forse, incapaci di provare sentimenti veri, sono costretti a virare la propria attenzione e le energie su obiettivi più tangibili, concreti, ma poveri, vuoti di intensità e di consistenza. Obiettivi che non lasciano il segno, una volta raggiunti. Vite sprecate. Vite a inseguire qualcosa che non c’è mai stato, che non esiste realmente, se non in uno spazio brevissimo, insignificante. Vite vissute nel rancore, nel rimpianto e nell’incolpare gli altri della propria infelicità. Vite che inseguono un’apparenza perfetta, quando tutto, dentro le mura domestiche, crolla per il marcio che le consuma. E non lascia via di scampo. Non si salva nessuno. Tutti perdono, quando invece sono convinti di vincere.

Della famiglia aveva capito sempre poco, troppo occupato a gestire il suo personaggio, non aveva mai analizzato il mondo in cui viveva, lavorava, mangiava e dormiva, voleva prenderlo per buono e accomodarsi quando serviva.

Un libro crudo, duro, senza pietà e senza speranza. Un bel libro che consigliamo. Inevitabile, una volta terminato, provare pena per loro, per la loro incapacità di vivere, di godersi la vita, l’amore, gli affetti, i cari. Pena per persone che avrebbero potuto essere e dare molto di più, e invece si sono perse all’inseguimento del nulla.

Daniela

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