Kafka e il mistero del processo, di Salvo Zappulla

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Dal sito dell’editore:

Un romanzo esilarante, una miscela esplosiva tra Woody Allen e Stefano Benni. Un Processo surreale dove ogni cosa può accadere, persino che personaggi storici ritornino in vita per stravolgere le sorti dell’intera industria editoriale…

Recensione

Questo libro è una sorpresa. Difficile descriverlo: è surreale, sì, ma vi si ritrovano anche riflessioni interessanti.

C’è un autore senza nome, semplicemente diventerà l’Autore, con la ‘a’ maiuscola, che ama scrivere, ma i suoi libri non sono un granché. L’editore lo vorrebbe scaricare, ma l’Autore non può vivere senza scrivere. Ed ecco che decide di lasciare andare la propria fantasia, a briglia sciolta. Crea un personaggio, Pedro Escobar, uno scaricatore di casse portoghese, per esigenze di copione a un certo punto deve modificarne alcune caratteristiche, ed ecco che Pedro prende vita. Non in carne e ossa, resta un’entità impalpabile, in grado però di muoversi indipendentemente dalla volontà del suo autore. Decide di vivere la propria vita, di andare a visitare altri personaggi letterari. Per colpa sua l’Autore verrà processato e condannato.

“Il problema è che nel tuo caso Pedro Escobar ha sconfinato, ha avuto l’ardire di uscire fuori dal suo ruolo, dal contesto al quale l’avevi destinato. È diventato una mina vagante, sta smantellando opere da tempo consacrate all’immortalità. Ti rendi conto cosa significa tutto questo? Non esisteranno più radici, l’origine stessa della letteratura è in pericolo”. (pag.64)

In questo viaggio il lettore può seguire l’Autore e Pedro, sfiorare alcune opere che hanno fatto la nostra storia (Madame Bovary, Pinocchio, La Divina Commedia) e vedere come un uomo possa essere già condannato, ancora prima di essere processato.

Fuori intanto si era radunata una folla enorme attorno alle auto della polizia. Scortato da due energumeni, con le ma- nette ai polsi, e sballottato come un sacco di stracci. Lungo il tragitto i suoi concittadini lo insultavano, lo strattonavano, gli lanciavano monetine. Cristo che portava la croce era diventato. Ci fosse stata un’anima pia che gli porgesse un panno per ter- gersi il sudore. Branco di caproni, quanti di loro avevano mai letto un libro? Ora si ergevano a paladini dell’industria cartacea, probabilmente senza neanche conoscere a fondo i motivi del contendere. Lo avevano rinnegato. Chissà se un gallo da qualche parte aveva fatto in tempo a cantare tre volte. Avevano scelto ad occhi chiusi di schierarsi dall’altra parte, privandolo del minimo sostegno, della solidarietà dovuta a uno che fino a qualche giorno prima viveva insieme a loro. E com’erano contenti di stare in compagnia dello scrittore, di passeggiare insieme a lui per le vie del centro. Mentre ora, caduto in disgrazia, prende- vano le distanze. Gli amici? Dove erano andati a finire gli amici? “Caproni!” ripeté a capo mesto mentre un uovo marcio si ab- batteva impietoso sulla sua fronte. Povero autore, vilipeso, esposto al pubblico ludibrio, schernito. Povero, povero autore.

“Eccolo lì, il mostro! Il mostro!”. “Criminale!”.
“Assassino!”.
“Sporco mafioso!”.

Anche mafioso, lui che era stato sempre dalla parte dei più deboli, lui che aveva un passato da sindacalista. Uno, intrufolandosi, riuscì a sferrargli un calcio sugli stinchi. Potenza dei mezzi di comunicazione: avevano trovato il mostro da sbattere in prima pagina e le masse si adeguavano, felici di avere un nuovo argomento di discussione. Erano pronti a linciarlo. 

Ho voluto riportare questo estratto, perché l’autore descrive con precisione ciò che accade da noi: spesso i mezzi di comunicazione condannano qualcuno sulla base del ‘si dice’ e noi tutti siamo pronti a credere e ad accanirci contro qualcuno, perché ci deve essere un responsabile, deve esistere un colpevole, un capro espiatorio.

Zappulla tutto questo ce lo dice con il tono lieve e surreale del romanzo, ma ciò non diminuisce la potenza della riflessione.

“In nome del popolo italiano, per i poteri che questa repubblica mi conferisce, dichiaro l’imputato colpevole dei seguenti reati: uso indiscriminato della penna; abuso della sua attività di scrittore; esercizio illegale della fantasia; vilipendio e atteggiamento irriguardoso nei confronti dei grandi autori della letteratura classica. Per cui si condanna l’Autore…”. (pag 118)

Il riferimento a Kafka è evidente nel corso della storia, e forse si capisce anche da questa recensione, e l’autore, qua e là, dissemina citazioni, riferimento a mostri sacri della letteratura. Vi è un rispetto profondo della cultura, delle opere letterarie e del genio creativo in generale. Ciò che emerge più chiaramente in tutto il libro è l’amore dell’autore per la letteratura; a modo suo riesce a trasmettercelo, senza nemmeno rendersene conto.

Daniela

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