
Tre anni prima del suo più grande successo, “Fahrenheit 451”, nel 1950 Ray Bradbury aveva esordito con “Cronache marziane”. Inutilmente aveva proposto a più editori la sua raccolta di racconti scritti a partire dal 1946; alla fine gli venne chiesto di trasformarli in maniera da formare un romanzo organico. È nato così questo fix-up novel, ossia un romanzo che “mette insieme” racconti come se fossero capitoli.
A distanza di quasi cinquant’anni, “Cronache marziane” ha avuto un’altra edizione, che è quella che ho ascoltato io su Storytel: pubblicata nel 2020 sull’edizione 1997, è tradotta da Veronica Raimo. Ma ora vi racconto tutto.
Cos’è “Cronache marziane”
Ray Bradbury ha respinto a lungo l’etichetta di scrittore di fantascienza. In un’intervista ha dichiarato che la categoria si adatterebbe meglio a “Fahrenheit 451”, mentre ascriverebbe “Cronache marziane” più al fantasy:
“It couldn’t happen, you see?”, “Non potrebbe capitare, capisce?”
Speriamo.
In questi ventotto racconti viene immaginato che terrestri e marziani entrino in contatto grazie a diverse spedizioni o contatti telepatici. Dal 1999 al 2026, anno per anno vediamo le due razze dubitare le une delle altre, esplorarsi, interrogarsi a vicenda. Alcuni racconti/capitoli sono quasi comici: cosa succederebbe a due sconosciuti se scoprissero di essere l’unico uomo e l’unica donna rimasti su Marte? Altri sono profondamente amari: un sistema di replicanti scuote le certezze sul valore della vita umana. Le persone sono sostituibili?
La sinossi del libro è ovunque e quindi tanto vale che vi racconti anche io come finisce: a un certo punto un pallino verde nel cielo fa capire ai marziani che la loro casa madre, la Terra, è vittima di un disastro nucleare. L’Australia è stata spazzata via e le guerre imperversano. I colonizzatori su Marte ricevono la possibilità di tornare a casa, nel dubbio che qualcuno li possa mai andare a riprendere; ma non tutti tornano.
Il romanzo si chiude quindi sulla desolazione e la solitudine assoluta di un paesaggio post-apocalittico, di un pianeta quasi deserto. Pronto per tornare a essere un punto di partenza per una nuova civiltà.
Punti di debolezza
Nonostante il libro mi sia piaciuto molto nel suo sapore dolceamaro, parto dal suo punto di debolezza perché è piccolino ma vi voglio avvertire lo stesso.
Anche senza sapere che i racconti sono nati separatamente, in qualche tratto si avverte comunque una scollatura. Con un sapiente trucco di montaggio, fatti e personaggi ricorrono, è vero; ma altri si perdono per strada, e alcune dinamiche che sembrano venire innescate non sembrano poi avere un seguito.
Però, però, però…
Però, ecco, “Cronache marziane” è un libro bello. Mi ci sono imbattuta perché lo ha consigliato sui suoi social Alessandro Barbaglia, autore che mi piace molto. Uno degli aspetti più interessanti è la storia della sua pubblicazione. La narrazione inizia nel 1999, ma quando il 1999 si è avvicinato ci si è posto il problema che si sarebbe perso quel tocco futuristico. Con Bradbury ancora in vita (è morto nel 2012), si è stabilito che l’edizione del 1997 avrebbe avuto tutte le date posticipate: ecco che esiste una seconda versione che va dal 2030 al 2057. Chissà com’è stato, per l’autore, pensare che stavolta quegli anni non li avrebbe visti veramente.
Vi dico un altro motivo per leggere “Cronache marziane”. Nella prospettiva di una nuova era coloniale, vengono esplorati alcuni comportamenti umani: la spiritualità, l’etnocentrismo, la relazione. I marziani sono diffidenti e a volte spietati: sono bravi a individuare il punto debole dell’uomo, che nella maggior parte dei racconti è il bisogno di relazione. Fanno leva sui ricordi, sugli affetti; la maggior parte delle volte, l’isolamento è una punizione. “Nessun uomo è un’isola”, insomma, e possiamo seriamente auspicare che questa cosa non cambierà mai, per i secoli dei secoli.
Cristina Mosca