
Cara Alessia,
oggi, più che una recensione, mi permetto di scriverti una lettera aperta.
Il tuo libro mi ha fatto piangere, in più punti, ed è una cosa che sì, mi capita, ma non così tanto come leggendo di Nilde, Cosma e Rosa, delle Malerba e delle Cantalupi.
Perché quelle donne siamo tutte noi. Sono donne che conosciamo, sono la nostra carne, il nostro sangue, il sudore, il dolore. Non è necessario aver vissuto quella povertà, quella cattiveria, quell’emarginazione per sentirla nelle ossa.
E poi, da milanese che abita in Salento da quasi quindici anni, ho apprezzato particolarmente le atmosfere salentine, raccontate senza quella patina di romanticismo ed esaltazione che troppo spesso si trova, e senza cadere nella denigrazione gratuita. Si sente che quei posti li hai nel cuore, e che li rispetti.
Ho amato tutte le tue donne. Ho sperato che facessero pace, che si dichiarassero il bene, che cambiassero, che si capissero. E alla fine si sono capite, anche se, a volte, per alcune di loro, era come se il destino fosse scritto.
Ho empatizzato con Mina, ho creduto in lei, e per poi vederla immobile nel suo rancore e nella sua incapacità di andare il lutto.
Perché dentro di me io lo so che nessuna di quelle donne è morta col marito, erano troppo forti per cedere. Sono morte dentro di stanchezza, perché portare sempre tutto il peso, ti consuma.
Mina si è sentita sola, incapace di alzare lo sguarde oltre il proprio dolore. E l’ho amata per questo.
Rosa ci mostra che puoi essere esclusa da tutti, ma se alzi lo sguardo, qualcuno pronto a tenderti la mano lo trovi.
Riscatta se stessa e tutta la sua stirpe. Anche la madre, la nonna, e la sua antenata approdata in quelle terre secoli prima.
Mentre leggevo cercavo di individuare i passaggi, le tecniche narrative che usavi per trasmettere le emozioni – lo faccio sempre, a maggior ragione se un libro mi piace -, ma ho rinunciato perché era molto più bello lascairsi trasportare dalle loro storie, correre a piedi scalzi nella povere, lasciare il mare lambire le caviglie.
Ho amato queste donne che amano e lottano per essere se stesse, in perenne conflitto con la propria natura e la società, con ciò che sarebbe meglio per loro e ciò che sentono di dover fare. Una sofferenza continua. Donne forti e vulnerabili.
Le ho amate. Tutte.
E le porto con me, Alessia, in questo paesaggio fatto di ulivi e sole a picco.
Daniela