Omaggio a Umberto Eco

“Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità. Auguri”.
Da un discorso alle matricole del corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna nel 2009.

(fonte: Il Fatto Quotidiano)

 

Il nome della rosa

Nel giorno della notizia della morte di uno dei più grandi autori e pensatori italiani contemporanei, abbiamo deciso di scrivere due righe sui libri di Umberto Eco.

Il nome della rosa

Tra i libri di Umberto Eco che ho letto, è sicuramente quello che mi ha appassionata di più nel leggerlo, anche se altri mi sono entrati di più sotto pelle. Penso in particolare a L’isola del giorno prima, un libro che invece ho impiegato qualcosa come tre settimane per leggerlo, ma a cui ripenso con un senso di leggerezza e di scoperta.

Dicevo de Il nome della rosa: ero alle superiori e ricordo che saltavo a pie’ pari gran parte delle sue lunghissime descrizioni, su cui invece sarei ritornata anni dopo, per assaporarne ogni singola parola e apprezzarle (non tutte, alcune continuano a essermi ostiche, ma la descrizione del monastero, con tutti i riferimenti simbolici, letta più di recente, ha avuto un altro impatto). L’ho divorato, l’ho letto in tre giorni, o forse due. Lo leggevo con le fretta di scoprire sempre di più di quel mistero, volevo arrivare alla fine per sapere chi fosse l’assassino e quale il movente.

Mi sono sempre rifiutata di rileggerlo per intero, perché comunque mi è rimasto un bellissimo ricordo, una lettura appassionante, anche se probabilmente ho perso molti dei diversi livelli di lettura e aspetti interessanti del libro.

Ho sempre pensato che Eco fosse un po’ arrogante: voglio dire, riempire i libri di quei termini desueti, di quelle espressioni di difficile comprensione… Insomma, uno che scrive per sé, che si pavoneggia e si rotola nella sua cultura e sapienza. E soprattutto, la consapevolezza che io mai, nemmeno in cento vite, potrei scrivere con la sua stessa maestria e padronanza della lingua. Per questo mi unisco al coro di chi lo definisce un “gigante”. Per alcuni come persona non era molto simpatico, ma chi se ne frega! Non doveva mica fare il comico o il presentatore. Scriveva. Insegnava. Osservava la società e ne delineava alcune caratteristiche.

Ho avuto il piacere di conoscerlo solo tramite le sue opere e alcuni suoi articoli, e credo che il fatto di essere italiana come lui, sia un gran privilegio, proprio per la peculiarità della sua scrittura. Mi sono sempre domandata come potesse risultare Eco tradotto, come suonasse nelle altre lingue (me lo chiedo anche per la Divina Commedia).

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