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“Pelle nera, maschere bianche” di Frantz Fanon (ETS)

“Pelle nera, maschere bianche” è un libro di psicologia e antropologia con cui il sociologo martinicano Frantz Fanon analizza il senso di inferiorità dei neri nel periodo di piena decolonizzazione. Uscito nel 1952, parte dal predominio francese nelle Antille per rivendicare il diritto del nero all’identità e all’esistenza. +

L’edizione che ho letto di “Pelle nera, maschere bianche” è ETS – Studi Culturali del 2015, tradotta da Silvia Chiletti. Gode dell’introduzione di Vinzia Fiorino, docente universitaria di Storia contemporanea.

Nel 1925 è ricorso il primo centenario della nascita di Frantz Fanon.

Cos’è “Pelle nera, maschere bianche”

Anche se il pensiero filosofico di Fanon si completerà con il suo ultimo libro, più famoso, “I dannati della terra”, pubblicato nel 1961 e testo sacro delle Black Panthers, in “Pelle nera, maschere bianche” esso cerca di far luce sui meccanismi di schiacciamento e oppressione. Diviso in sette capitoli e corredato da diverse prefazioni e postfazioni, il testo psicanalizza la declinazione del senso di inferiorità: tramite il linguaggio, l’aspirazione al bianco e le implicazioni nell’immaginario sessuale.

Punti di forza

Uno degli argomenti più trasversali e profondi di “Pelle nera, maschere bianche” riguardano soprattutto il senso di inferiorità (poi chiamato addirittura di inesistenza) e la crisi di identità del nero, e lo fa in una maniera appassionata, poetica e scientifica insieme.

Le maschere del titolo sono bianche sulla pelle nera, perché Fanon esplora il meccanismo psicologico della persona schiacciata da un’altra persona (in questo caso il nero schiacciato dal bianco), che invece di cercare di liberarsi inizia a desiderare di assomigliarle perché così sarà potente come lei. A costo di sbiancarsi la pelle.

I suoi discorsi sull’affrancamento sono applicabili non solo al nero delle Antille rispetto al colonizzatore francese, ma anche a tutti i rapporti squilibrati che si possono creare tra uomini e donne, capo e impiegato, perfino tra bullo e bullizzato.

In sostanza: se ci fanno sentire sbagliati, quelli sbagliati non siamo noi.

Cristina Mosca

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