
Un romanzo indistruttibile della letteratura inglese sembra essere “Rebecca – La prima moglie” di Daphne du Maurier. Pubblicato nel 1938 in Gran Bretagna, ha goduto di 28 ristampe solo nei primi quattro anni. Ha raggiunto l’Italia nel 1940, sulla scia della popolarità data dal film realizzato da Alfred Hitchcock e vincitore di due premi Oscar (qui in versione integrale in italiano). Nel 2020 sono usciti la nuova traduzione di Marina Morpurgo per Il Saggiatore e un rifacimento del film di Hitchcock.
Cos’è “Rebecca, la prima moglie”
Nella postfazione del 2002 all’edizione Blackwell che ho ascoltato su Audible in lingua originale, la critica letteraria Sally Beauman spiega che l’autrice detestava sia l’etichetta di romanzo gotico, sia di romance.
So che viene definito come giallo, ma a conti fatti “Rebecca” è, fondamentalmente, un finissimo romanzo psicologico, in cui si parla di gelosia, colpa, punizione.
Tutto inizia quando la protagonista, che è anche la voce narrante, sposa il vedovo Maxim de Winter e va a vivere nella sua ricca casa. Manderley è ispirata a un luogo in Cornovaglia in cui l’autrice ha molti ricordi.
Da adesso in poi i luoghi e i discorsi saranno impregnati di lei, Rebecca, la prima moglie, la protagonista occulta del romanzo. I paragoni sono continui, il senso di inferiorità nella voce narrante aumenta di giorno in giorno. Il suo peso si fa sempre più insostenibile.
Poi, nella narrazione avviene una svolta. Piano piano viene fatta luce sulla morte di Rebecca, scatta un’indagine e nei personaggi si innescano imprevedibili e controversi meccanismi di sostegno e di sollievo, fino allo scioglimento finale.
Punti di forza
Beauman racconta che Daphne du Maurier ha scritto il romanzo mentre era in Egitto e aspettava un bambino. Si sentiva inadeguata e non accolta: questi sentimenti sono gli stessi che prova la protagonista a Manderley. Anche lei si sente respinta, quasi anche dalla casa stessa.
Centrale, nel romanzo, è la sua dualità: le due donne sono l’una l’ombra dell’altra, due alter ego, e l’autrice è in entrambe.
Quello che mi ha lasciato profondamente colpita è l’introspezione psicologica, prodotta da meccanismi che agiscono molto nel profondo. A un certo punto iniziamo a dubitare dei narratori stessi ed entriamo in collisione anche con alcune nostre certezze morali o etiche.
Però, però, però…
Il lettore attento, appassionato giallista, potrebbe osservare che alcune cose non tornano: alcune testimonianze alla fine vengono ignorate, alcuni indizi sembrano passare in secondo piano, e i ritratti che riceviamo di Rebecca sono opposti a seconda dei narratori. Chi mente e chi no?
Nonostante questo, “Rebecca” ha un intreccio che cattura e che scorre. È una lettura a tratti inquietante, ma molto bella e profonda. E non è da leggere come un giallo.
Cristina Mosca