
Non è affatto oggettivo, il commissario Leo Malandra; anzi è passionale, egocentrico, veemente e anche spregiudicato. Ce lo fa conoscere il giornalista Franco Avallone in “Le vergini del commissario Malandra” (Exòrma 2025).
Ringraziamo la casa editrice per la copia cartacea inviata in omaggio.
Cos’è “Le vergini del commissario Malandra”
“Le vergini del commissario Malandra” è un giallo scritto dal giornalista Franco Avallone. È ambientato prima a Ischia e poi a Sulmona, nel venerdì santo. In ognuno dei due casi a cui il commissario Malandra è chiamato a indagare è coinvolta una statua della Vergine Maria: da qui il titolo.
Il romanzo si sviluppa tra furti, indagini, omicidi e omissioni.
Punti di forza
La scrittura di Franco Avallone è incisiva, sincopata, a volte ruvida. Digressioni, dialetto e aneddoti fanno da nervatura a due storie apparentemente irrisolvibili. Non è difficile immaginare il personaggio di Malandra come un aspirante Montalbano abruzzese.
Dei due casi ho preferito quello ambientato a Sulmona durante il venerdì santo; la sua sacralità è affascinante, le descrizioni sono ricche e cesellate. I fatti si spingono al limite con la blasfemia.
Però, però, però…
Una caratteristica del libro è nella lingua, ricca di iperbati, verbi impliciti, termini e dialoghi in dialetto. Il ritmo vuole ricalcare quello della cronaca e allo stesso tempo permettersi un respiro più ampio, che su un quotidiano non troveremmo. Questo è avvincente ma allo stesso tempo frammenta molto la narrazione: qualcuno può trovarlo di ostacolo nel seguire la trama.
“La verità ha il passo moscio come la processione del Cristo Morto. Ma arriva sempre a destinazione”.
Si è scelto, inoltre, di rappresentare tutti i personaggi e i testimoni con vividezza e di stigmatizzarli per quello che hanno fatto. Lo stesso protagonista è spiazzante.
Lo spazio lasciato ai trascorsi di ognuno, così ampio da poter confondere il lettore, sembra volerci dire attenzione, nessuno è quello che sembra.
Sullo sfondo vediamo serpeggiare il male come insito nelle persone più insospettabili: una constatazione dolceamara sulla quotidianità, che ho immaginato frutto di tanti anni dell’autore in cronaca giudiziaria.
Cristina Mosca