Pubblicità

“Gli anni in bianco e nero” di Francesca Giannone (Nord 2026)

gli-anni-al-contrario-recensione

Scrivo questa recensione ascoltando Luigi Tenco. La sua musica fa parte della colonna sonora di “Gli anni in bianco e nero”, il nuovo romanzo di Francesca Giannone pubblicato a maggio 2026 dalla casa editrice Nord.

L’esordio di questa autrice salentina, “La portalettere”, ha vinto il Premio Bancarella 2023. A suo tempo mi aveva conquistata per l’eterogeneità delle storie e dei personaggi, anche se mi aveva lasciata desiderosa di conoscere meglio la protagonista.

Con “Gli anni in bianco e nero” ho trovato adesso una prova ancora più matura e atmosfere molto convincenti. Ritroviamo anche i temi cari all’autrice, come il divario generazionale, l’emancipazione femminile e il rispetto dei diritti umani, in questo caso dei lavoratori.

Ringrazio il FLA – Festival di Libri e Altrecose di Pescara e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.

Cos’è “Gli anni in bianco e nero”

Ora ho messo su Gigliola Cinquetti. L’intreccio pensato da Francesca Giannone stringe le sue maglie e incalza il lettore soprattutto nelle ultime cento pagine. È una storia che all’inizio sembra già di conoscere, con i suoi riferimenti espliciti a “Piccole donne” di Louisa May Alcott e la presentazione di quattro sorelle che sembrano evocarne i tratti: Maria è la sorella assennata, Giovanna la scapestrata, Ada la riservata e infine la più piccola, Domenica, la voce narrante, è l’artista.

Invece poi non serve arrivare neanche a metà che di “Piccole donne” resta solo un’eco. I personaggi prendono vita da soli per un intero quinquennio, fatto di aspettative, espedienti e solidarietà per poter crescere e seguire le proprie aspirazioni. Con tutte le scelte difficili del caso.

Punti di forza

È “Sapore di sale” a farmi adesso da sottofondo. Insieme alla famiglia Elia ci muoviamo in una Puglia molto rappresentativa dell’Italia del Sud degli anni Sessanta. È un periodo in cui sembra superata la diffidenza verso il lavoro femminile, che Alba de Céspedes raccontava in “Quaderno proibito” solo un decennio prima, ma c’è ancora da lavorare sugli equilibri famigliari. Le protagoniste di Francesca Giannone appartengono a una generazione che sta prendendo piena consapevolezza di quanto il lavoro svincoli una donna da qualsiasi altra persona, marito, compagno o padre che fosse. Assistiamo anche ai primi palpiti della lotta operaia che culminerà nei movimenti degli anni Settanta descritti da Elena Ferrante nel terzo volume de “L’amica geniale”, “Storia di chi fugge e di chi resta”.

“Sono le persone come lui che cambiano il mondo”

Francesca Giannone è bravissima e cinematografica ad evocare un incantesimo. Ci permette di immaginare in pieno colore l’epoca dei nostri genitori, quella che per la nostra generazione è in bianco e nero perché così viene restituita dalle pellicole. E che colori! È un tempo che sa scoppiare di vita e di luce, a partire dai vestiti per finire ai paesaggi. Persino i sentimenti, mutevoli e imprevisti, sembrano avere un colore. Mi è sembrato un piccolo miracolo, il desiderio di ogni figlio: poter immaginare il genitore alla propria età.

Però, però, però…

E poi, il finale. Ascoltando Demetrio Stratos vi dico che è difficile non desiderare una conclusione fiabesca per un romanzo che di lieti fine avrebbe tanto bisogno. Francesca Giannone ha trovato un compromesso che permette a qualcuno di salvarsi, a qualcun altro di restare sospeso, a qualcun altro ancora di avere la sua forma di espiazione.

Vi avviso: quello che troverete vi potrà sembrare un finale affrettato. Le vite delle quattro donne iniziano a scorrere tanto velocemente che il libro potrebbe benissimo continuare per altre cento pagine.

Ci ho messo qualche giorno a metabolizzare la chiusura. Alla fine, ho capito qual è stato il mio problema: è difficile accettare che non ci sia rivoluzione senza che ci siano vittime.

Cristina Mosca

Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *