
Nel 2013 Castelvecchi ha pubblicato la biografia “Albert Camus. Una vita per la verità” firmata dal rumeno Virgil Tănase.
Di Albert Camus abbiamo recensito “La peste“, “Lo straniero” e “Il primo uomo“.
Cos’è “Albert Camus. Una vita per la verità”
Questa biografia di Albert Camus, tradotta dal francese da Alessandro Bresolin, è stata pubblicata nel 2010 dalla casa editrice Gallimard, la stessa dello scrittore algerino. Il suo autore, Virgil Tănase, è scomparso il 25 giugno 2025: era noto come commediografo ed è stato direttore dell’Istituto Culturale Rumeno di Parigi per due mandati tra gli anni Novanta e i Duemila.
Questa biografia è stata pubblicata in Francia nel 2020 dallo stesso editore di Camus, Gallimard. Basata sui taccuini, le corrispondenze, i testi e gli articoli di Albert Camus, propone la sua vita in ordine lineare, senza orpelli e senza eccessivi stratagemmi narrativi. Ne viene fuori un testo sofferto e intenso, rispecchiante, a mio parere, l’indole dello scrittore algerino.
Punti di forza
“Albert Camus. Una vita per la verità” non è scritta per affascinare o per irretire. Durante i cinque giorni in cui vi sono stata immersa non ero dentro un romanzo: ero dentro la storia tormentata di un uomo irrequieto, raccontata da una voce narrante che non ha preteso di sostituirsi a lui.
Questo l’ho apprezzato. Nonostante avesse molto materiale umano su cui poter far leva, l’autore ha scelto un resoconto asciutto dei fatti. Mi riferisco soprattutto alla notevole varietà di presenze femminile nella vita di Camus, a cui in parte può essere attribuita la depressione della moglie, l’algerina Francine. Tănase si lascia sfuggire solo una timida parola di assoluzione di fronte al senso di colpa di Camus. Per il resto si limita a registrare gli epistolari e i pensieri dell’autore, senza con questo psicanalizzare il suo rapporto con tutte queste donne.
“La verità è da costruire, come l’amore, come l’intelligenza” (Albert Camus)
Emerge un uomo problematico e intenso, costantemente succube di un senso soffocante di inadeguatezza e di insufficienza, costantemente e periodicamente immobilizzato dalla tubercolosi: la prima volta che ha sputato sangue aveva 17 anni. Non per questo, o forse proprio per questo, ha preferito alzare la voce contro l’oppressione e dare un nome alle cose anche quando era sconveniente, tramite gli articoli di giornale e il teatro.
Però, però, però…
L’unico aspetto di cui ho sentito la mancanza, in questa biografia, è uno spazio dedicato all’eredità, alla legacy. Il penultimo capitolo è quello dedicato alla morte, improvvisa, sconvolgente e fatale, avvenuta il 4 gennaio 1960. Come nei migliori romanzi, il suo ultimo viaggio in auto è stato un cambio dell’ultimo minuto, poiché sua moglie e i gemelli sono tornati in treno. L’ultimo capitolo sembra inserire qualche informazione relativa ai progetti che erano in corso e alla pubblicazione, postuma, de “Il primo uomo”. Eppure mi sarebbe piaciuto sapere com’è stata la vita almeno della vedova, che il lettore ha lasciato in clinica.
“Non ha l’odio puro delle anime semplici. Trova una parte d’innocenza in ogni colpevole, e la giustizia di cui non contesta né l’utilità né la legittimità gli comunica un disagio”
Ciononostante, ho trovato la panoramica esaustiva e interessante, e mi ha dato molti elementi del contesto letterario e sociale utili per immaginare Camus uomo, a tre dimensioni.
Cristina Mosca